
COL CUORE RIVOLTO A NORD
"Da bambina amavo le farfalle, nei loro voli silenziosi avvertivo un senso di perfezione.
In contapposizione al brutto mostravano il volto di Dio".
Il ritorno alla realtà era spesso traumatico, come chi, dopo aver toccato il sole, vede la cera delle proprie ali estinguere la speranza di nuovi voli.
Come un fiore dallo stelo più corto, mi stagliavo in un’interiore miseria, stretta nella morsa di una solitudine obbligata e necessaria, ci sono tanti sistemi per dimenticarsi del mondo.
Allora ero una bambina perfetta, con il suo grembiulino bianco e i codini biondi in testa, ben tirati.
I miei genitori non mi hanno né voluta né programmata.
Sono nata dai loro corpi, dai loro inconsci miscelati. Così come nascono i sogni nel sonno, i fiori selvatici nei prati.
Aeroporto di Charleroi (Belgio), 16 agosto.
Mi batte il cuore.
I motori dell’aereo sembrano non frenare una corsa impazzita.
Toccare la pelle di una città per la prima volta, mettere sotto vetro le impressioni delle prime immagini, per poi sfogliarle se avrò voglia di ricordare.
A sinistra un’insegna dipinta a colori, un paese tropicale in miniatura; all’eccitazione succede immediatamente lo scoramento.
Ebbrezza dell’ignoto, l’impressione di nascere una seconda volta, di trovarmi completamente nuda di fronte al mio destino o in un incubo, come quelli che svegliano di soprassalto i bambini nel cuore della notte.
Le persone mi fissano come se fossi trasparente, confesso che questa constatazione, lungi dal calmarmi, non fa che accentuare la mia angoscia, avrei preferito essere assalita da schiamazzi, piuttosto che scoprire il grande vuoto dell’indifferenza.
Fuori non ci sei ad aspettarmi, un subitaneo sospiro di sollievo mi respira dentro, ho ancora il tempo di ricompormi, ma ci vorrebbe un miracolo per rendermi diversa: il pensiero in conflitto tra il non poter più scappare e il mio volerti vivere, seguendo solo quello che mi pulsa dentro.
Le mille sfaccettature di un’azione, di un sentimento, di una emozione non si possono inquadrare in schemi fissi, in binari preordinati.
Spesso è difficile stabilire quale evento abbia dato origine all’altro, ma una cosa è certa, mi ha portata qui.
Sul marciapiede alla mia destra all’esterno dell’aeroporto, il profilo di un autobus che si dirige, zoppicando lentamente, verso la fermata, ne conto uno, due, arrivo a cinque e cambiano i colori, a ciascuno il suo mezzo di trasporto, a ciascuno il suo destino.
Per il momento dubito del mio, fa una strana impressione ritrovarsi lanciata, così, senza paracadute, per davvero, senza più punti di riferimento, si ha un po’ freddo e una vaga voglia di piangere.
Scelgo un punto in cui non ci siano persone troppo vicine, voglio essere sola a vivere l’angoscia degli ultimi minuti.
Ti ho già visto e non lo sai, rischio di affogare senza riuscire a cogliere una sperata reazione, riuscire a catturare il tuo sguardo prima di voltare la testa e aggrappandomi, chiuderlo negli occhi, già temendo, già soffrendo un dolore cocente.
Non trovo la mia voce, di colpo le mie corde vocali sono mozzate da un nodo d’angoscia e pianto soffocato, il mio corpo inizia a tremare, che cosa avevo fatto, ad un tratto l’aeroporto mi sembra più morto di un museo, mi sento una statua esposta e nessun muscolo mi risponde, devo farti pena mentre mi stringi forte tra le braccia e mi sussurri: - Giulia…- quella ingiustizia del destino mi arriva dritta allo stomaco, sento un calore disperato che mi scioglie e il cuore in preda ad uno sforzo, accelerato, come quando arrivavo alla fine dei 100 metri in una gara, ho paura tu possa sentirlo, nasconderei la testa in un sacco di riso sperando di ritardare la scadenza.
Qui in delirio, all’ombra di una fitta paura, l’eccitazione si è smorzata, normale, si sa da tempo che non c’è più niente da aspettarsi da questa merda di vita. Amen.
Su questa brillante riflessione mi lascio trasportare su un treno diretto a Louven, tra la mia smorfia di un sorriso e la tua grazia malinconica che mi commuove, sono terribilmente imbarazzata, non vedo più niente, non capisco nemmeno dove mi trovo, una selva di visi a onde spezzate, una folla che mi cammina dentro la testa, non saprò mai come ho fatto a seguirti, nessun ricordo nel tragitto, immagini e parole frammentarie come in un film girato in accelerazione, fino al mare di biciclette.
Tu hai gesti calmi e lenti, la città mi appare chiara.
Alcune case fiorite da vetrate a piombo si stagliano sullo sfondo di palazzi architettonici e Chiese, una cittadina gotica che conserva un fascino britannico di stile Vittoriano.
La curiosità mi stuzzica ed i miei occhi si stanno bevendo ogni cosa intorno, è pazzesco come, quando si è innamorati, si arrivi ad appassionarsi a tutto, mi chiedo tuttavia se un uomo riuscirà un giorno a farmi amare anche il latte e le carote.
Da lontano, le panchine abbandonate tremano di freddo, come tristi scheletri, lo sento anch’io. Conficcata nel cuore una gigantesca sanguisuga mi succhia il sangue, l’eterna sensazione di esser messa da parte.
Questo stato di cose si è prodotto fin dalla mia nascita, non c’è quindi, a rigor di logica, nessuna ragione perché muti.
Mi tira la pancia, mi faccio schifo, l’angoscia di arrivare in una stanza raddoppiata da quel subdolo pizzicore che mi solletica il bassoventre. La tentazione di lasciarmi aspirare da questa spirale infinita.
Inquadrati, gli alberi neri del parco intorno al Campus mi agitano i loro piumini bagnati sotto il naso, eccomi in pieno in uno scenario mille volte immaginato, nel cuore di una city universitaria, di facciate che si sovrappongono, nel cortile lastricato invaso da erbacce, dove stazionano alcune biciclette, hanno la polvere sui sellini e sembrano carcasse abbandonate.
Mi lascio trascinare pensierosa nel grande edificio che sembra beccheggiare alla deriva come un piroscafo, l’interno è altrettanto impressionante. Per un attimo si potrebbe credere di essersi persi in un cantiere. Che cosa ci faccio io qui?
La stanza è piccola ma accogliente, accarezzo con lo sguardo le tue cose, mi sento particolarmente toccata pensando ad ogni volta che hai pensato a me e ascoltato la mia voce disteso sul letto…"Giulia, crepitano le dita dei piedi, tutto il corpo si esprime verso te, tu, un soffio di vento che mi sussurra questa notte, farsi del male sulla realtà, un piacere della fantasia, penso al poco noi che il tempo e lo spazio ci danno. Più parlo e più cado nell’evidenza della colpa di questo esilio, ancora".
Mi faccio male ora che la realtà è qui a portata di mano e continuo ad infliggermi le tue parole: "leggo, e una volta letto tengo il cellulare tra le mani e lo porto vicino alla bocca, centro di grande percezione sensoriale. Nel limite di quello che ho ti darò quello che posso. Non ti accontentare mai Giulia, esigi sempre più…".
Mi ritrovo a cozzare contro i valori-parapetto che devo alla mia educazione, ma quei valori esistono ancora in me? Dov’è il male, dov’è il bene? Non lo so più.
Ti discosto un poco e indietreggio subito, ma nel conflitto della mia coscienza ti desidero da morire. Ho il batticuore e penso a quell’uccellino a cui se tocchi il petto muore, prego perché tu ora non posi la tua mano sul mio, cadrei stecchita.
Con i sensi eccitati, con occhi all’estremità di ogni dito, ho voglia di toccarti, ma la mente vaga sommersa dalle sensazioni contraddittorie.
Il pensiero di perderti mi attraversa il cervello come un pipistrello in volo, mi sembra di essere sott’acqua, acqua intorno a noi, che sciaborda in un risucchio salmastro e i tuoi occhi che incrociano i miei.
Il tuo viso ogni tanto si rabbuia, rispetto il tuo silenzio, taccio anch’io, assaporo la complicità tanto più intensamente, in quanto il tempo vi avrebbe messo fine.
Curioso come il tempo abbia il potere di escluderti da un universo che credevi tuo o come sia sufficiente rompere con le proprie abitudini per ritrovare quella ebbrezza dei sensi che si credeva di aver dimenticato.
Una cosa è certa, vorrei buttare la mia immagine nella lavatrice; per uno di quei trattamenti di candeggio che si fanno con i teli di lino ingialliti dal tempo.
Chissà se un letto avrà ricordi? Di innumerevoli carezze, sospiri, parole dette.
Come la sagoma su un cuscino, dopo che la testa, seguendo il movimento del corpo, se ne è andata via, incontro al resto della propria vita.
Un eco di desiderio impresso negli stadi di memoria, il suono di una intimità, la pelle che ancora pizzica del contatto con le labbra.
La camera registra ogni cosa.
Il tempo perde ogni significato.
La luce del sole ritaglia isole luminose, il cammino in treno fino al mare del Nord.
La strada è troppo lunga per i nostri passi incerti, le tue scarpe e le mie su una strada vecchia, mattoni grigi bagnati dalla salsedine e dita disperate in una malinconica stretta: i passi avevano una voce, era il silenzio.
Tengo gli occhi bassi senza guardare avanti, sicura e certa nella tua mano morbida: contavo i passi.
La passeggiata continua, il cielo geme, brontola, non cade alcuna goccia di pioggia.
Il mare continua ad inghiottire la mia angoscia: in quei giorni ne avevo una.
Il gonfiarsi delle onde è una fotografia: quel che ne rimane.
Una strada dove gli spettri camminano, passi di bambina, freddo pungente e la tua mano lontana.
Le onde e il vento che gonfiava, il mare rabbioso come i giorni che sarebbero venuti nella mia vita.
La felicità di un mondo che mai mi è appartenuto, una favola che non conoscevo, ma che vivevo.
Una domenica remota, chiara alla cupa luce del presente, così distante nella sua innocenza.
Il vento passa e va come tutte le cose.
Non sento il cuore della pioggia e ascolto, lasciando scivolare via le dita; attimi di quei pensieri che erano.
Ci sediamo sulla sabbia mentre il vento penetra nelle ossa, abbracciati laggiù oltre le piccole costruzioni tra le dune più in alto, al riparo, a guardare la schiuma delle onde che si rompono sulla spiaggia.
Sentire gli spruzzi nel cuore che batte ancora.
I lamenti dei gabbiani vestiti di bianco e grigio, uno spettacolo interminabile, lento ed ordinato a cui si intreccia il ritmo della vita tra un morso e l’altro di un panino.
La loro processione colorata che fluisce ininterrottamente attirati dal cibo.
Per tutta la vita ho avuto voglia della vita. Di restare in una sorta di perpetua fine d’adolescenza. In uno spazio intermedio dove il passato era leggero, l’avvenire incerto e il presente prezioso.
Ciò che possiedi ti possiede
Si diceva durante la mia infanzia.
Tutti l’hanno dimenticato, non io.
La vita: procedere ubriaca verso la solitudine.
Più l’isola del mio essere è attratta dall’alto mare, più in fretta si logorano gli ormeggi che la uniscono agli altri, alla sponda, più sono combattuta fra il richiamo del mare aperto e il porto.
E la bestia, la solitudine, mi esce dalla bocca con l’ultimo respiro per lasciarmi alleggerita, raggiungere la gente e annegarmi in essa.
Non volevo lasciare segni, segni che forse non avrei mai più voluto vedere, ma la fuga non è una soluzione: mai.
Le cose non vanno sempre come dovrebbero, ma non lasciare segni non significa renderle positive o meno brutte, è come mettere la testa sotto la sabbia.
Nonostante lo stato di frustrazione in cui mi trovo, il pensiero di essere qui mi suscita una specie di strana euforia.
Questa storia mi sta spiando da sopra la spalla.
Dopo tutto non dovrei scordare che le persone che ti hanno sempre conosciuto ti negano ogni possibilità di cambiare visione della vita, si sono ormai fatti un giudizio su di te e non vogliono che tu sia diverso, temo che dovunque fossimo andati, si sarebbero ripetuti gli stessi fatti.
Credo però che riuscire ogni tanto a lambire un pezzo del nostro cielo non possa che fare bene a quella che noi chiamiamo anima, alle volte il silenzio è così intenso di colori che nemmeno un arcobaleno riuscirebbe a farlo sentire sbiadito, in fondo ciò che desideriamo è solo un po’ di pace dentro questo cuore immenso.
Aeroporto Charleroi, 25 agosto.
Il cielo scuro tempestato dalle scintille degli aerei che atterrano e decollano senza sosta.
Lascio Louven, la luce delle sue pietre, i suoi piccioni grigi, i suoi studenti ai tavolini dei caffè e abbandono te alle tue attività.
Mi sento senza forze, rassegnata.
L’aereo decolla, un’ombra oltre i doppi vetri che nessun suono penetra.
Quando arrivo in Italia non posso fare a meno di ritrovare il suo cielo squallido, passo senza ferire davanti alla folla di valigie sul rullo dell’aeroporto, ho forse già preso le brutte abitudini che rendono famosi i “baci mozzafiato”?
Il silenzio nella testa, l’assenza, come un grosso livido doloroso.
Fa più male di quanto non pensassi, quando si tocca.
Malgrado il vuoto cerco di convincermi che non è poi così sgradevole ritrovarsi soli. Mi lascio accarezzare dall’eco della tua voce, leggo, scrivo.
Dov’è la donna? Dov’è la bambina? A volte ho l’impressione di camminare nelle sabbie mobili.
C’è un’esuberanza in me.
Maledico tutto, queste strizzatine d’occhio del quotidiano che non significano più nulla.
E’ tutto ancora confuso e indistinto, nel risvegliarsi lento del mattino ed i contorni di ogni cosa hanno ancora il gusto sfumato del sogno, quel colore un po' indeciso della notte, quando nell'oscurità ogni sfumatura assume il riflesso del buio.
Ho fatto colazione come ogni giorno che Dio mette in terra.
Sono tre giorni che cerco di non telefonarti.
Vorrei lasciar decadere le cose, non cedere alla vertigine di un fuoco o al fascino dei miei stessi sentimenti.
A parte ciò, il resto della terra continua a girare, la pioggia a cadere e le bombe a scoppiare.
I giorni passano.
Ogni volta che ti penso, è con questa soave tensione, che non verrà mai risolta, tra dolore e luce, come il vento caldo che si solleva un istante prima di un temporale che non scoppia mai.
Chiudo gli occhi: i giorni sono andati anonimi come volti.
Sono andata troppo lontano strappando fogli in cui scrissi promesse ad una bambina, non le ho insegnato quale strada prendere qualora la via fosse smarrita, non le ho insegnato nulla: come al vento non è stato detto dove soffiare.
Il sogno trema ancora sulle sue guance, come le lacrime sotto il cuscino: grandi e spaventose.
Sorrido appena, non so se sia la sofferenza o l’amara ironia di sempre che accompagna il mio sorriso.
Fumo di sigarette di giorni d’ansia in cui tra notte e giorno non vi è fine.
Apro gli occhi.
Sono cieca, il mondo l’ho dipinto quando l’ho visto.
Sono passati cinque giorni, silenzio necessario.
Non è la voce che va via, né gli occhi che si chiudono dopo le notti dell’anima, né un capriccio voluto.
Inciampo ancora in una foto del cuore, in cui ti vedo raccolto nella penombra con un libro tra le mani. Mi piace immaginarti sempre così, pensieroso ed immobile, insonne, in cerca di risposte che non troverai mai.
Perché saranno loro a trovare te.
Rammento il significato dei tuoi silenzi, ma a vivere con il naso incollato sui propri amori si finisce per produrre così tanto vapore che non si vede più attraverso il vetro.
Allora pulisco i vetri, scuoto il mio cervello a forza di braccia, come un pagliericcio pieno di polvere.
Fa bene verificare che non si ha sempre bisogno delle braccia dell’altro per tenersi in equilibrio, fa bene gioire vigliaccamente della propria solitudine ignorando di avere tanto freddo.
Non mi piace questo ronzio, questo silenzio tetro, tutto mi sfila sotto gli occhi come un film trasparente, una strada seminata di ceppi bianchi come tante tombe di esseri che si sono amati.
Dicono che la memoria delle cose tenda a conservarsi e che virtualmente noi non dimentichiamo nulla di ciò che ci è accaduto durante la nostra vita.
Cerco di capire la struttura del pensiero: la sciocca pretesa di ricondurre il cammino all’immagine di una nave che solca anni disposti su un’immaginaria linea retta, cercando nel suo incedere un approdo sicuro in mezzo al mare burrascoso.
Il mio presentimento è che tutto sia stato riportato ad una sorta di armonia primordiale, in un contenitore dalla forma sferica al cui interno si rimestano ancora i miseri resti di solitari pensieri.
Il momento peggiore di questo processo è quello in cui subentra la nostalgia.
Ognuno di noi, dopotutto, ha il suo modo di piangere il tempo che se ne va.
Temo però che, dopo la breve fase di apparente quiete in cui mi trovo ora, la ruota si stia rimettendo di nuovo in movimento e una fresca ondata di acqua cancelli le prove inconfutabili della mia esistenza, giusto un attimo prima che tutto ricominci di nuovo e che io venga ricondotta altrove, per godere daccapo del corpo più nudo d’inconsistenti sogni.
Mi bastano tutti i miei silenzi per cercare in me a tastoni qualcosa che abbia le sembianze di un cuore.
Spesso ho la sensazione di essere osservata.
Nessuno sa più come contenermi, compresa me.
Passeggiando per le vie del centro non è difficile imbattersi in qualcuno che porta i segni tangibili di un’insoddisfazione: ben presto impari ad associare la tua esistenza.
Già dal momento del mio arrivo in Toscana, mi ero ritrovata senza accorgermene a percorrere nella direzione opposta una sorta di esodo.
La vetrina della solitudine di un’intera città raccolta in un singolo luogo.
La cosa mi lascia l’amaro in bocca, dato che in me custodisco l’intima sensazione di dovermi ancora una volta accontentare degli spazi vuoti che altri lasciano.
Cammino lungo stradine di ciottoli non più larghe di due uomini, in cui l’ombra perenne è preservata dai disordinati tetti delle case costruite troppo vicine le une alle altre.
E, una piccola piazza si dischiude davanti ai miei occhi, come un fiore troppo delicato per poter essere contemplato all’aria aperta.
Ecco fatto, tiro la cerniera lampo su una parte della mia esistenza, lascio forse dietro di me qualche immagine, un po’ di follia, molte risate dell’impazienza e della spensieratezza, ma so che conserverò sempre una donna che piange in me, una strana scultura contorta che sembra sorridere fra le lacrime e che mi porto via avvolta in un telo.
Riemergo lentamente alla vita con due occhi stravolti da convalescente che non vedono la luce, malgrado i miei molti momenti di mutismo e la stanchezza rassegnata, ritrovo a poco a poco il mio sorriso, anche se la gioia sembra un po’ forzata. Non ho più voglia di giocare.
Si soffoca, ci si addormenta anche.
La mia ispirazione agonizza.
Ho voglia di alberi con foglie vere, di erba azzurrata, di cielo ebbro.
E allora? Lascia la vita decidere per te- mi bisbiglia una vocina dentro
Lei lo saprà fare benissimo-
Probabilmente è la mia naturale tendenza all’ottimismo.
Mancano pochi giorni al Natale.
Oggi è un giorno particolare; sono seduta sulla panchina in stazione, in attesa del treno per Firenze.
Sono qui da sola e qualche persona infreddolita si aggira intorno.
Di fronte: due binari.
Le rotaie in grado di portare ovunque i sogni.
Un passerotto si posa accanto un po’ spaurito, mi fa una tenerezza infinita.
Si scrolla le ali, mi guarda, poi si volta, è lì, non osa sorpassare le linea gialla, come se sapesse che è pericoloso.
E’ lì, la osserva, sembra pensarci, sembra volere tentare di superarla, lasciarsela alle spalle, ci riflette, ne valuta la possibilità, forse si sta chiedendo se vale la pena di fare qualcosa di ardito, poi ci zampetta sopra, si ricorda che ha le ali, che nulla e nessuno potrà fermarlo impedendogli di sfuggire al pericolo e con un balzo si lancia su una rotaia ignaro del treno in arrivo.
Poi spiega la sua coda insieme alle ali, stagliandosi in quel piccolo squarcio di cielo azzurro che si intravede tra le nuvole.
Un piccolo raggio di sole me lo nasconde, lui si sposta di lato ed è ancora lì, come se avesse vinto le sue piccole paure, quelle paure che lo tenevano legato a terra, in uno spazio limitato con il sogno del cielo nel cuore.
Una ragazza in un cappotto nero, occhi color nocciola, mi guarda, forse si è sentita osservata; stavo prestando attenzione al suo tacco che non ha voluto saperne di lasciare per strada un tovagliolino che ignara le insidia la camminata.
E’ buffa ed ha lo sguardo un po’ assente.
Capita spesso di accorgerci che qualcuno ci sta osservando, lo trovo bello, è come sentire una calamita che ci attrae verso l’altro: buffa, dolce, triste, in quel momento suscita un piccolo pensiero all’animo, fugace e passeggero.
E’ come se, quando guardiamo una persona, le trasmettessimo qualcosa e nel suo inconscio lei si accorgesse del nostro momentaneo legame, più complesso della semplice vista.
Per qualche attimo ci regala la sensazione di un accesso al cuore con uno sguardo.
E’ in arrivo il treno, un veicolo di sogni, un piccolo mondo all’interno di un altro mondo ancora più mutevole: adoro viaggiare.
Viaggiare è come vivere.
Cosa potrei dirti ora, con questa voce rotta dall’emozione, con lo stomaco sottosopra.
Dovrei parlare, pronunciare parole che ti sembrerebbero vuote.
Dovrei ripetere ossessivamente frasi mai dimenticate.
Eppure non è questo quello che voglio dire.
Il mio discorso non posso pronunciarlo né puoi udirlo.
Dovrei trasmetterti la sensazione di vuoto nella quale annaspavo, tentando di restare a galla per continuare a rendermi visibile.
Non è un discorso che posso pronunciare ora.
Le sue sillabe sono silenti, le parole ricordi, le frasi emozioni.
I ricordi sanno bene dove colpire.
Ora, posso solo restare qui, ricettacolo delle mie sensazioni.
Lasciare la lanterna accesa, nel buio.
Inspirare a fondo, sollevare il mento, chiudere piano la porta e poi uscire, né triste né allegra.
Solo un po’ sorpresa.
Ci sarà sempre gioia malgrado tutto.
Ci sarà sempre questa mia impazienza di mordere la vita.
Giulia