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giovedì 24 dicembre 2009

NATALE

Se del Natale che arriva devo parlare, vorrei farlo adoperando le parole più belle, quelle che escono dalla gente umile, dalla gente povera ma serena, che non cerca di diventare qualcuno di diverso da quello che è.

Se dovessi desiderare qualcosa per Natale, vorrei poter lenire malinconie e dolori di tutte le persone che soffrono, di quelle abbandonate nei letti degli ospedali, degli anziani infermi negli ospizi desolati. Dei bambini che muoiono senza un perché e di persone che non vedranno la luce del nuovo anno. Ma non voglio cadere nella retorica di questi tristi pensieri, non voglio ripensare a quelle famiglie che non possono gioire di un albero addobbato perché costa troppo, né di un panettone farcito perché è inavvicinabile.

Si potrebbero scrivere intere pagine sulla sensazione di solitudine che le feste di questo periodo inducono in alcune persone, sulle angosce che ne derivano e sul senso di impotenza che nasce contrapposto al messaggio di speranza del Bambin Gesù.

Allora ecco di cosa vorrei veramente parlare: di auguri.

E’ l’atmosfera dell’attesa che ci avvolge come un manto a lume di candela.

Non ho bellissime cartoline o canzoncine melodiose da spedirvi

Buon Natale amici, uno di quelli con il torrone fatto a casa e le partite a tombola con i ceci per segnare le caselline.

Buon Natale a tutti voi! Con tutto il mio cuore, credetemi... con tutto il mio cuore!

"Il mio Natale sia anche il vostro."

Dedicata a tutti voi!

"Ai colori dei freschi si ravvivano gli Angeli Musicanti intonano strumenti sulla viola d'amore é la voce che conduce modulando all'Incontro a colui che é parola Verbo di Dio Con noi presenti le anime devote che anticamente già cantavan lodi su queste pietre sacre."

Giulia

sabato 12 dicembre 2009

CON L'ANIMA ALLO ZENIT

Vi sono notti

che fan di pietra spazi

e la brina pianti gelati

i silenzi ergono ore fisse

a mordere la luce alle comete

gli scheletri delle lucciole

abitano il lutto dei corvi

la luna cade morsa nelle pozzanghere

rapita da code di scorpioni

colori di ramarri in veglia

cangianti nella veste rugginosa

senza graffiare il mare

l'esplodere del sangue fra le onde.

Giulia

giovedì 26 novembre 2009

NON ESSERE…ESSERE…

NON ESSERE Che tristezza il suo passato. Non vive, pensa sempre e nessuno può essere importante, diverso più di lei, è una donna folle! Questo passato è ancora presente. La sua vita diventa solitudine. Ha imparato che intelligenza e follia sono uguali. Il dolore da cose negative e positive. Negative, quello che fa pensare al peggio… Positive, quello che anche se ti fa pensare poi non ti uccide. ESSERE Mi chiamo Giulia e mi piace anche cantare. Parlerò di te… Posso sapere come ti chiami? Mi stai addosso e non rispondi. Dicevo… Canto perché sono stonata. Quando ero bambina volevo studiare armonia, analisi musicale e il pianoforte. I musicisti erano malati di mente e sapevano colpire… Per favore voglio vedere Mozart, Beethoven. Un momento… Musica! Ascolta! Poco fa ho sognato Beethoven in camera mia davanti allo specchio. Gesticolava affascinante e Mozart diceva: “ Noi, povera gente comune, non siamo né aristocratici né di alto lignaggio, né nobili né ricchi, bensì di bassa estrazione, umili e poveri, la nostra ricchezza muore con noi, poiché l’abbiamo tutta nella nostra testa e nessuno può sottrarcela, a meno che non ci taglino la testa e allora… non ci occorre più nulla… “ Per l’amore credo sia lo stesso. I più grandi beni sono l’amore, la pace e la libertà… Non dispero di veder quel giorno che mi porterà gioie e non pene, allegria e non dolore… Aperti gli occhi non immagino che sogni e realtà terrificanti. Faccio di tutto per dimenticare ma non dimentico… Ho una memoria di ferro, buona intelligenza… Tu lasciami un po' in pace, non sai che sono una donna contro il mondo, contro me stessa. Questo mondo è anche inferno. Mi colpiscono sensazioni, non finiscono mai e sempre quando sono sveglia… Diventa impossibile allontanarmi dalla voragine. Sono? Non sono… Capisco? Non capisco… La follia é. Ricordi? Ma sei sempre qui? Mi chiamo Giulia. Mi perseguiti perché soffro fissazioni. Perdo la testa ed il tutto senza controllo diventa difficile. Posso toccarti, vieni qua… Finalmente ti vedo; sei il demone delle mie paure! Sei tempesta su me, dentro me. Quello che voglio è ucciderti e non lo nascondo… Urlo e ti giro intorno… Sei sordo, cieco? Come posso vivere ora che esisti, ora presente, ora assente! Maledetto! Riconosco il mostro quando ti insinui nella mia mente. Non ho mai saputo il tuo nome. Ma immagino da quale mondo vieni… Mi condanni ad una vita maledetta. Che differenza c’è! Tu me, me tu... Fantasmi e mostri… Cercano un’anima separata dal corpo. Nelle cellule il pensiero viaggia veloce perdendosi tra i labirinti del cervello. Esiste quello che non si conosce? Un carro mosso da spiriti che vanno, vengono come venti. Lascia queste spalle! Colpisci a morte senza uccidere! Sei il mio fantasma e aspetto di bruciare la tua ombra. Riflesso. Ancora tu? Immagine, io stessa, me. Non sento, non vedo che i tuoi occhi. Perde sangue il mio corpo! Vattene… Le tue mani fredde intorno al collo non lasciano respirare… Maledetto! Ho gli occhi bianchi, con questo sangue che diventa spirito… Pezzi di vetro dentro la gola, pezzi di carne staccati. Tu sei un essere malefico. Il tuo sguardo è minaccioso o assassino? E’ vero! Non mi piaci! Ora ti taglierò la testa…

Giulia

giovedì 19 novembre 2009



ASCOLTA, IL PASSO BREVE DELLE COSE *
(Per il titolo ho usato le parole di una poesia di A. Merini)

Questa nostalgia
è una pelle
bianca, di gesso sottile.
Incenso aromatico
di un seme nel seno
del vento
che se fosse d'estate
vedresti
fioriture di primule e mieli
e un fresco gorgogliare
di cascate
in flessione di luce
e allettanti anfratti
dentro il sorriso
rosso delle rose
e sere al profumo
di fresia
sull'angolo acuto dell'onda
e dolci monti
nascosti tra colline
per sogni non votati
a stare muti
e un chiaro mare
nella calma
che stilla note
fresche di rugiada
un'armonia
in tonfi sordi
nel trepudio di tiglio
e di mimosa
e invece è inverno
e c'è un roveto
di ghiaccio taciturno
e un cielo in candore
un soffio di bufera
in un caldo nido
di piccole piume
bianche
soffici
leggere
e tu che mi chiami
"mio piccolo mare"
mi vieni nel grembo
come un veliero di luci.
Giulia

lunedì 16 novembre 2009



SLEEPING SUN – NIGHTWISH
Un passo a pelle incrocio nel silenzio, tramuto l'io e verso in te il tutto.
E' una distanza fittizia che trema ed evapora solo quando la tua voce giunge leggera a posarsi sul mio viso.
" Sono tuoi i colori sulle orme "
Ho conosciuto le tue mani, le ho respirate e le ho sentite chiudersi a proteggere i passi da creare.
E' bastato un attimo per cadere nei sogni, é bastato un attimo per perdere l'equilibrio e scoprirmi le gambe attorcigliate a te.
Il tuo respiro resta appeso al mio sonno nella notte che ti desidera.
E' stato inutile scansare i tuoi occhi per non farmi sorprendere senza colori freschi come i tuoi, la luce più intensa incollata alle pareti mi ha rivestita come il mare imperla la sabbia, come quando sulla punta dei piedi il vento si muove tra parole gridate senza fiato.
" Un ballo soltanto
che non risvegli le farfalle "
E' stato per caso se le tue mani mi hanno guidata in giravolte impazzite, se il tuo sorriso mi ha cercata per farmi ascoltare un canto.
Potrei rotolare fino alla curva dei tuoi polsi e restare sveglia fino a notte per dipingerti nel vivere più dolce.
" Porterò i tuoi passi sulle mie labbra
finché non imparerò a cantare "
La mia bocca resterà chiusa a raccogliere i tuoi occhi ed ingoiarti il corpo come onda che travolge, incurante delle tempeste che devastano.
Non é malinconia... é desiderio.
Bisogno di innalzare il cuore verso attimi ed istanti in successione rapida come torrenti in piena, come cascate che levano una pioggia fine per bagnare l'anima, confusi da altri attimi di dolore e da sensazioni di sogni irrealizzabili e lontani.

Attimi intensi che sorgono dal nulla come rose nel deserto investite da raffiche di vento.
Belle e maestose mi avvolgono in spirali lente.

" Ti lascio le mie ali per volare ".
Giulia

lunedì 26 ottobre 2009

LO FACCIO QUASI VERO QUEST’ANGOLO DI MARE
Sei tutto, lo stacco del mio corpo fra le mura lo scorcio di cortile visibile da noi con tutto questo sole
sei la mia ultima corona, tu che mi conosci in tenerezza non puoi capire con un nulla la mia destra in fame
ascolti la mia linea di confine di inutili pudori e d’acqua fredda sospesa nel mio sterno come peso di dura consistenza, mia gemella
c’è più senso nel distogliere lo sguardo che legarvi il suo destino di pazienza
ora che attraversi me vorresti tutte le mie pene e quasi mi ripeti di morire
ho ancora fili d’erba tra i capelli orti nello spegnersi alla sera, sul campo dei teneri germogli la fame delle foglie sa di verde
conosco la tua luce presenza doppia del mio nero diretto a cadere in te come se sfiorissi nel tuo stesso fiore
le vesti scivolate al tronco umido la lingua fuoco labile dell’acqua un gusto estremo al fondo solo con il moto delle labbra mare come in guscio colmo
un’armonia dipinta a cielo chiuso bocca dei mattini tesi a fiordaliso la sera non riesci più a sapere se quei margini d’azzurro siano la traccia sensibile del mare
sollevati soltanto, se mi ami… che ho il cuore come tumefatto
Ti amo più di cosa… Non so dire…
Giulia

venerdì 23 ottobre 2009

TRISTE EUFEMISMO
La vita è un attimo.
Ti volti a salutare qualcuno e già se n’è andato.
Speranze sorvolano il mondo su trasparenti ali di cristallo.
Speranze, inutili sogni, portati dal vento nelle lunghe giornate d’autunno.
Una triste giornata.
Una di quelle giornate in cui niente ha più senso, in cui niente sembra possibile.
In cui tutto giace addormentato, sotto il peso della distruzione.
Una cupa giornata.
Ne avevo avuti tanti di giorni così, fin da quando ero nata, stavo alla finestra a guardare la pioggia, intensa ed incessante come mai prima, una pioggia crudele, lugubre, come un oceano di tristezza venuto giù dal cielo.
Guardavo dalla finestra il mondo cadere e seguivo le gocce disegnare strane forme con il dito sul vetro, come solchi scavati tra le pieghe della mia malinconia.
La pioggia scendeva fitta e non smetteva, sembrava entrarmi dentro, sempre più a fondo.
Sembrava chiamarmi verso un qualcosa di vago ed oscuro.
Non uscivo mai, non avevo amici.
Ero la luna nelle notti d’estate; sola e infelice.
Avevo sempre avuto una fervida immaginazione e spesso, nelle mie macabre fantasie, mi vedevo in sogno in un bellissimo giardino, sepolta tra le splendide rose azzurre.
Volevo morire più di ogni altra cosa, non avevo paura, non avevo niente da lasciare al mondo, la mia vita non aveva mai avuto importanza, era passata, come passa la rondine quando è primavera e poi, quando arriva l’inverno, vola via, verso luoghi assolati.
Avevo bisogno di altro vento per prendere quota e lasciare trasportare i miei pensieri lontano dove cielo e terra, forse amanti, si cavalcano l’un l’altro in un amplesso funesto per poi cominciare a cadere in quattro quarti per annusare la mia pelle che sapeva di muschio bianco e capelli morbidi.
Cadere morbida al rallentatore come sentirsi vestita da sposa ad un funerale.
Strade fredde li fuori ed inverno alle porte che avrei sigillato con uno spiraglio piccolo piccolo ed infine ritrovarmi fuori a riveder le stelle, zoppicando, dolorando...ma (forse) ancora viva.
Oggi.
Lecco il vetro e guardo fuori. Appannando le scene con un respiro semi aperto. Ore apatiche che gocciano: mattino, prima serata, tardo pomeriggio, distinzioni che non cambieranno il colore indeciso del cielo.
Io con la forza di crescere, di bruciare, di illudermi.
Se l’amore bruciasse davvero, la disillusione, le fiamme rabbiose di chi ha visto quanto sia atroce crescere, salirebbero fino agli attici e il fumo raschierebbe ogni gola adulta, sconvolta da tanta passione.
La sera scivola sui tetti, precipita in fretta sporcando le lenzuola che ballano aggrappate ai davanzali.
La sera arriva, senza disturbare le famiglie spalmate sul divano nuovo (attenzione a non macchiarlo!) la verità si vede solo al buio.
La luce distrae le forme, scioglie le pupille, inganna. Spettatrice di questo non avvenire delle cose, dormirei.
Paura del buio. Svegliarsi quando tutto dorme trasforma ciò che non vedo in soffice ovatta pronta a soffocarmi. La verità è dei gatti.
Trascini il piede in avanti perché sei stata abituata a farlo, ma guardi il tuo corpo e trovi l’inutile incomprensibile decoro del nulla. I tuoi passi non lasciano neppure le orme.
Il tempo fuori di te rallenta. Si prende gioco di te.
Sembra dirti: "Cerca, dai! Ecco, guarda: quasi mi fermo per essere indagato.
Cerca in me qualcosa che ti interessi.
Non vedi che non trovi niente?!" ed effettivamente non trovi niente.
Ceri immolati all'ennesimo sacrificio di un giorno della mia vita; quella vita in cui sentirsi viva è desiderare ogni tanto, quella vita in cui sentirsi viva è avere una storia da raccontare, che sia vera o inventata, quella vita in cui, in definitiva, sentirsi viva è sentirsi altrove.
Osservo.
La fredda monotonia del mondo che entra nella mente, scorre nelle vene, ma non arriva mai al cuore, che lentamente controlla i battiti dolci e freddi…
Il mondo non ha interesse a guardarti negli occhi…
Giulia

martedì 13 ottobre 2009

QUESTI OCCHI HANNO MANI
“La terra che fu del Padre ora appartiene a me che ho udito i passi scivolare fino alle sponde…”
Scuoto gli alberi, tutto intorno le foglie rabbrividiscono…
Vorrei svegliarmi col rumore dei sassi sui picchi e sulle grotte
spezzarmi col fragore sordo della luce sorpresa dai risvegli.
I continenti sono lontani, la sete è l’oro abissale che fa brillare l’oriente e l’occidente attraverso la seta dei salici notturni.
Abbiamo la misura che circonda il giardino per questo le viole e i narcisi fanno la distanza da cui non ci si allontana.
Anche l’orto descrive le sue gemme trasalendo tristemente nella bocca del mattino.
Il fiore è il fiore promesso dalle api, il miele filtra attraverso il flutto delle spighe, colgo lo spessore del suo petalo, anche i soffi di cotone si raccolgono sul gambo.
Le anime se ne vanno dentro vapori bianchi se ne vanno senza voce, nella vista dei tessuti che sbocciano, colpiscono il cuore e le ginocchia.
Il mare grida sull’acqua e l’acqua sfiora le nuvole come in un viaggio di popoli di bianche onde, di vele.
Dove l’aurora traccia l’orizzonte occhi generano occhi, grappoli di macchie colorate precipitano lungo la barriera dei coralli.
Pozze di sole trapelano dentro il ciclo dei giorni, di notte la luna cinge d’argento i pianeti.
Questi occhi hanno mani, le parole hanno anima di luce e sussulto di gabbiani di vette, di isole, di deserti
e una piuma… scivola dentro l’eco.
Giulia

giovedì 8 ottobre 2009

IN SEGNO D'AMORE
Ci metterò un dolore
tergerò la fronte con la mano aperta
mentre questa rugiada di sogni
trasforma in prezioso gioiello la mia pelle
la veste di lucciola con viso d’acqua
con frutta e corde e dorso ricurvo
con spilli di nuvole
raddrizzate dalla verga del maestrale
mentre uccelli con piume assetate d’aria
mostrano il loro lato più oscuro all’ultima luna
il corpo ne nasce sensuale
trapassa narici e spunta con convulsioni di rosa
metterò petali sotto i miei seni
pettinerò via la morte dalla mia pelle
dei miei capelli farò una treccia
e l’appenderò ad una stella
e dalle mie rotondità
nasceranno cascate di fiori
che profumeranno la schiuma sollevata
dalle linee della mano
strapperò il cuore con quel viso bianco
come quella signora con la falce
e l’ aprirò
per costruire un paio di candide ali
e verrò a prenderti nella notte in cui
la luce proverà a morire…
Giulia

martedì 6 ottobre 2009

NON PUO’ CESSARE DI ESISTERE
Non può cessare di esistere ciò che è sempre stato.
E' da secoli, millenni ed anche molto di più che aspetto qui, in questa grotta mai toccata dalla luce del sole.
Nessuno sa che esisto.
Qualcuno in passato aveva intuito che questa grotta non era vuota, ma ormai nelle nebbie della morte sono caduti tutti coloro che sapevano.
Ora sono solo leggenda a cui non crede nessuno.
E io sono qui a consumarmi senza sapere com'è la luce del cielo là fuori perché non posso uscire. Solo io. La mia forma fu plasmata ad immagine e somiglianza di quella degli esseri umani.
Ma è il contenuto che cambia. Continuo a cambiare forma seguendo l'evoluzione di questi esseri, anche senza vederli perché un filo resistente migliaia di anni mi lega a loro.
Prima di essere umana la mia forma era quella di uno spirito. Solo spirito.
Ma non sono un essere dell'aria, ne della terra, ne delle profondità marine, esisto e aspetto.
Mi hanno relegata qui perché hanno intuito le mie capacità.
Sono qui e aspetto.
Non ho speranza fra gli uomini, il sigillo della grotta non può essere rotto da uno di loro e non traggono forza o compiacimento nel mio nome.
Sono la Dea della Distruzione e mi temono soprattutto perché io posso distruggere le loro forme e rinchiuderli negli oscuri cancelli del tempo dai quali neanche la luce può uscire.
I secoli passano lentamente e vanno a formare ancora più lentamente i millenni.
Non posso sognare sotto il mare come il grande ESSERE che sogna nelle sue profondità, no, la mia tortura deve essere più grande: coscienza.
Ecco la mia dannazione; mi hanno dotato di questa "cosa" umana in tutti e due i sensi: non posso sprofondare nell'oblio e sono costretta a riflettere su ciò che ho fatto e sul mio futuro.
Una divinità non deve rendere conto a nessuno, non ha coscienza del bene e del male. Ma a me è stata inflitta.
Mi hanno impresso i principi di una creatura della luce e così urlo nella mia voce senza suono tutto il giorno e la notte, per tutti i giorni che furono, che sono e so che saranno. C'è stato un tempo in cui ero libera e padrona dell'universo. Lo riempivo con la mia essenza.
E ora sono qui intrappolata per tutta l'eternità e dopo ancora, ad aspettare ciò che non avverrà mai. Nessun dio, per quanto pazzo oserà liberarmi, ne ce la farà mai.
Ma io aspetto rassegnata; forma umana nell'oscurità.Le stelle sono favorevoli per il risveglio degli dei, ma non per me.
Ma una notte migliaia di anni or sono un uomo in sogno assetato di conoscenza ha cercato di incontrarmi, non so come sia riuscito a passare, forse ha attraversato il sigillo, come l'acqua un filtro.
Non lo saprò mai.
Povero, doveva aver perduto l'anima e la ragione per voler scoprire il tanto oscuro segreto mai accennato a nessun essere; sia vivo che morto.
Ma fu tutto inutile perché appena gettò uno sguardo nei profondi pozzi delle mie tenebre, di fiamme eterne, peggiori della dannazione più atroce che si racchiudeva nei miei occhi, qualcosa dentro quel che rimaneva della sua coscienza si spezzò.
Si dissolse improvvisamente, senza lasciare traccia di anima nel mondo dei morti.
Quella stessa notte assieme a lui sprofondò il suo continente nel quale mi trovo seppellita.
E ora anche il mare mi nasconde.
Forse riusciranno ancora a trovarmi, oltre le barriere del sonno e il potere infinito del sigillo.
Io aspetto sotto il mare in una grotta. Non può cessare di esistere ciò che è sempre stato.
Giulia

venerdì 2 ottobre 2009

LASSU’ HO CROCIFISSO ANGELI
Lassù ho crocifisso Angeli per paura che cadessero…
Con l’innocenza di una sposa ho indossato la veste bianca e ho seguito l’oscurità nelle notti di luna nera
un giglio ondeggia dolcemente portando il canto degli Angeli dormienti
dall’abisso di trasudati palpiti la madreperla delle mie espressioni affiora nel deflusso delle maree
domino la libidine nel soffio di gigli oscuri con capelli lacerati da una trinità di rose
le spire di capelli avvinghiano desideri e incastonano smeraldi umidi
ripongo le mie ali nei segreti dell’anima al buio le piume scivolano lasciando nudo lo scheletro
gli occhi nell’oscurità scivolano tra filari di sepolcri
frammenti ritrovati in sigilli di alabastro custoditi come perle di un sorriso triste
chiudo le ciglia lunghe in lutto all’immagine è la vertigine che si stacca dagli occhi
tocchi di passi in questa danza macabra e silente
non mi volterò a guardare tra le nebbie sul marmo che dischiude tombe mi inoltrerò oltre gli oscuri cancelli dove mi attende
l’Angelo che piange
nel fluire delle orchidee selvatiche…

Giulia

lunedì 28 settembre 2009

IL REGNO DI MEZZO
Quella sera Giulia rientrò a casa con lo spirito agitato, nella testa fremeva e bussava l'onda dell'immaginazione, corse allo scrittoio; tanti fogli di bianco sporco e nera china. Alcuni libri con bordi mangiucchiati, altri come nuovi, rinchiusi da solidi legami. Una sola penna d’oca accanto un libro, distesa tranquilla su un foglio, senza inchiostro, senza anima, senza sete.
Lì Giulia danzava al ritmo della natura, delle sue sensazioni, cosparsa di piume che si innalzavano coprendola in un cerchio di calma e di quiete. Le boccette di inchiostro notturno colorato e i cassetti senza corpo né tempo.
Un vaso blu. Una rosa, una candela, una fotografia. Una fotografia ingiallita, bruciacchiata. Un’immagine persa nei ricordi. Una piccola luce soffusa intorno, congiunta con il buio.
Giulia sorrideva, sapeva che quella danza in cui luce ed ombra si corteggiano poteva diluire o annichilire lo spazio e con un piccolo aiuto poteva creare un intero universo. La luce della lampada che colpiva le pagine di carta accarezzava il legno duro del tavolo ed illuminava il volto di Giulia di una luce innaturale.
Gli occhi premevano ed attraversavano il foglio intenzionati a compiere un incantesimo come a voler materializzare quanto stava scrivendo; pensava al tempo in cui Elfi e Fate camminavano sulla terra ed i bardi ed i cantori ne narravano l'esistenza. Essi cantavano raccontando alla folla la magia e l'incanto ed ecco che prendevano vita leggende e miti.
Gli Elfi della luce vivevano nell'aria ed erano creature buone e felici, di una bellezza affascinante, pelle avorio chiara come la luna, adottavano un albero e vivevano all'interno del suo tronco tanto da diventarne tutt'uno e combattevano contro gli Elfi delle tenebre che dominavano il sottosuolo, loro vivevano in grotte scavate nella terra o nella pietra, a volte assumevano sembianze di animali, erano rugosi con folti capelli e barbe nere ed avevano influssi malefici.
Le Fate erano creature delicate con il potere di predire il futuro, erano le principesse dei boschi, delle acque e di tutto il regno naturale, riparavano i torti, le offese e conferivano doni speciali, avevano un carattere mutevole, potevano essere anche maligne e vendicative, erano rese ancora più letali dall'aspetto bellissimo e la vendetta di uno spirito in collera era terribile, col tempo quest'ultime presero il nome di streghe.
Il mondo era composto da incanti ed incantesimi, loro rappresentavano il potere magico con valori ben lontani da quelli del genere umano.
Le Fate erano dotate di un'estrema forma di creatività ed arano attratte da istanti di grande commozione per questo si avvicinavano solo a uomini e donne speciali.
Queste creature magiche vivevano in posti fantastici; isole, foreste, oceani, mari, laghi e fiumi. Non si poteva invadere e dissacrare i luoghi scelti da loro per vivere.
E Giulia raccontava...
Quando Giulia scriveva la sua antica consapevolezza le destava strani tremori lungo la schiena e su per le braccia fino alla bocca, poteva assaporare quello stesso gusto che alcuni scrivani provavano nel trascrivere antichi manoscritti di storie perdute.
Quella sera stava correndo per le vie di quel suo mondo perduto, respirando come un cavallo selvaggio che dilatava gli spazi del naso per inspirare più aria durante la corsa, con il cuore bisognoso d'ossigeno, accecata da una grande pioggia di luce di un mondo ancora intatto.
La luce si fece più grande e si avvicinò.
“Chi sei?”. “Sono una luce”. “Sei solo una luce?”. “Solo una luce!? Nel mondo in cui vivi di luce vera non se ne vede molta!”. La luce cambiò colore. “A volte l'apparenza può essere incanto o realtà, quanto, non è dato a voi umani di sapere...”. “Noi possiamo irradiare una luminosità intensa, i nostri corpi fluidi si possono dissolvere in luce...”. Silenzio. “Dunque tu sei quella luce?” chiese Giulia bisbigliando. “Esatto!”. “E saresti in grado di...” non riuscì a finire la frase, la luce scomparve e tutto precipitò all'improvviso nel buio più nero.
A poco a poco dal buio emerse un paesaggio magnifico di colore smeraldo e mentre l'oscurità si dissipava tutto appariva come una pagina girata di un vecchio libro, una nuova pagina, verde e sconfinata. Un grande fiume scorreva placido nel suo letto e alte montagne innevate si stagliavano all'orizzonte. In cielo si rincorrevano piccole nuvole bianche come colombe, ampi alari di cobalto tra poche nubi. Nuovamente la luce investì Giulia, la prese e l'avvolse in sé in un secondo; serenità e pace.
Tutte le cose ti parleranno Giulia e potrai sentire e vedere. “Le Fate sono qui...”. “Ascolta...”.
...DO RE MI FA SOL …
“Nel cuore scorrono i nostri desideri incantati e i nostri volti sono simili alle piogge cristalline, attingiamo dalle cascate e dai ruscelli le nostre magiche bevande e ne dileggiamo i poteri donando rossori dolci ed amari all'Amore.
La notte danziamo in cerchio con le chiavi della magia e le pietre della luna tra le mani, ci confondiamo con il fiato del buio tenendo le nostre dita intrecciate, la nostra danza è agile e leggera tra le ghirlande ed i flutti, è sensuale e delicata come il frullio delle ali degli uccelli e al mattino le nostre lacrime si tramutano in rugiada.
Al nascere del giorno rivestiamo di luce i dirupi e le pianure, innalziamo altari nei sottoboschi e all'ombra dei fiori, facendo vibrare tutti i riflessi con le nostre risate.
Quando arriva l'alba nascondiamo i sogni alla notte con il pallore delle mani. Le nostre mani sono lunghe ed affusolate e sfiorano con il tocco un bacio dipingendolo su ogni sorriso. Lo dipingiamo sul volto delle note sussurrate ai muti spettatori del creato. Le nostre note sono come le farfalle. Non svegliare mai le farfalle Giulia.
Portiamo veli leggeri e i nostri richiami sono impareggiabili, nessuno può resistere. Nelle sere senza vento quando tremola la luna sul fiume, partiamo a cavallo d'ipogrifi alati, sciogliamo loro le briglie volando oltre la raduna nel mondo degli uomini, entriamo nelle case, raggiungiamo i sorrisi dei bambini con le nostre parole magiche di fiabe e rospi e le nostre bacchette di cristallo conducono il sonno dei piccoli di luce in luce. Ricordalo Giulia... Non è un sogno...”.
Poi fu nuovamente il buio più assoluto. Giulia si stropicciò gli occhi. La luce era flebile ed illuminava il foglio ancora bianco.
“Si può morire di nostalgia struggendosi alla ricerca inutile di qualcosa che non esiste, si può impiegare il resto della vita. Si può arrivare sul filo dell’orizzonte, alla svolta di un sentiero, all’ultimo albero di un bosco ed immaginare le risate delle creature fatate confuse con il canto melodioso degli uccelli. La nostra anima non avrebbe più quiete, dopo aver visto questo mondo. Se la sensibilità vi condurrà alla sua luce… scegliete il cuore… le Fate non perdonerebbero mai una scelta priva d’amore. Nel vostro cuore vi è l'ultimo rifugio del regno delle Fate”. (Dal Regno Fatato di Giulia)
Giulia 27 settembre 2009

giovedì 24 settembre 2009

QUANDO MARIA DIVENTO’ MADONNA

Premessa: ho voluto (sorridendo) immaginare l'Annunciazione dell'Arcangelo Gabriele in modo insolito, la veste non vuol essere blasfema ma solo un pochino umoristica.
Nella lontana Betlemme dove i sogni rincorrevano le notti viveva allora un povero falegname innamorato di una bellissima ragazza.
Nessuno avrebbe mai pensato o immaginato cosa stava per accadere...
Gabriele, l'Arcangelo, era pensieroso mentre scendeva sulla terra mandato da Dio per dare quell'annuncio non certo facile da dirsi e...
Pensa e ripensa gli viene un'idea!
"Meglio io vada di persona.. ehm... spirito da Giuseppe a dare la lieta notizia... tra uomini, va beh! Son stato uomo anch'io, ci si intende..." più rifletteva e più si convinceva che era la scelta migliore.
Fece un giro sopra la casa di Maria per dare una sbirciatina che tutto fosse in ordine, lanciò un piccolo fulmine sulla lampada nella camera della ragazza che dallo spavento rimase quasi fulminata.
Poi proseguì.
“Certo è che ci sono in giro pure un sacco di cornuti, sarà pure colpa di come la gente interpreta le cose, ”proverò a spiegare a Giuseppe che Maria mi è stata raccomandata!”
L’Arcangelo Gabriele svolazzando in due minuti raggiunge la bottega di Giuseppe. Senza troppe smancerie che di tempo ne ha già impiegato anche troppo lancia un altro raggio di luce che investe il povero falegname.
“Fermati! “Adesso mettiti lì quieto, attaccati alle sedie che ti devo dare un annuncio storico! … ” “Io sono un Angelo …” si guarda intorno calmo per lasciargli il tempo di comprendere che lui era un messaggero di Dio. “Ho già capito, non sono mica scemo … è uno scherzo …” dice Giuseppe.
“E invece non hai capito un bel niente!” con l’ala gli passa uno scappellotto sulla testa e non gli fa certo lo stesso effetto dell’Acqua Santa. Si porta le mani sull’aureola “avrò sbagliato mira …” “Pronti, ai suoi ordini …” incuriosito tagliò corto il falegname pensando che il barbera bevuto a cena facesse ormai il suo effetto.
Aveva fretta di sapere e si sentiva addosso il fuoco di Sant’Antonio. Ogni tanto un goccetto di vino se lo faceva, solo per combattere il freddo o non morire congelato diceva in giro.
“Apri le orecchie e ascolta quello che ho da dirti … Ascolta … In effetti non è tanto facile cominciare …” avvicinandosi di un passo sfodera la sua spada fiammeggiante e per indorare la pillola intona una melodia …
“Parti dalla fine allora …” lo interrompe Giuseppe che di pazienza ne aveva consumata tanta e n’era rimasta poca ad aspettare che a Maria partisse la scintilla …
“La vuoi smettere … sì o no … Dunque, devi sapere che c’è qualcuno lassù che ha messo gli occhi su Maria …” l’Angelo solleva la testa e scruta il cielo poi alza un dito verso l’alto come ad indicare qualcosa …
“E tu come fai a saperlo?” “Lo conosco …” una piccola vibrazione lo faceva tremare al pensiero di quello che gli sarebbe successo se non avesse portato a compimento la missione.
“Che t’ha chiesto allora? Non farmi stare sulle spine …” “Intanto mettiamo subito in chiaro che le domande le faccio io …” “Madonna! … Per quel che ho capito hai delle intenzioni serie …”
“Insomma per tagliarla corta, Maria concepirà un bambino …” (sospiro) “L’ho detto …” “Vergine Santissima Immacolata e Intemerata! Ma allora fai davvero? …” Giuseppe salta su come un elastico.
“Ma è mai possibile che Lassù, nell’alto dei cieli abbiate permesso un simile misfatto?” ora il poverino guardando il crocifisso al muro si stava agitando e diventando rosso come un cerino acceso.
“Stai calmo o ti verrà un attacco di cuore …” a Gabriele gli si era stropicciata la tuga a furia di contorcerla con le mani e lasciamo stare lo stomaco chè, sembra la cupola di San Pietro a Roma.
“E poi … con tutto il rispetto … “Cosa pensi? Che io sia sceso su questa terra per fare una passeggiata? …” “Qui sono in missione … la leggi la Bibbia?” “No, non riesco a leggere nemmeno le parole grosse sui muri del paese …” “Se tu leggessi la Bibbia, c’è scritto che questo mio arrivo è stato annunciato …” “Ma allora tu … lei … voi … Tu vorresti dire che sei veramente …” “Tu l’hai detto!”
“Veramente io non ho detto un bel niente! Di imbroglioni, guaritori, maghi e imbonitori c’è pieno il mondo! Ah! Per un attimo ci stavo cascando!” Giuseppe camminava nervosamente avanti e indietro per la stanza senza riuscire a fermarsi.
“No, no, non ci casco! Per chi mi hai preso? Per un allocco? Ma guarda che tipo stasera dovevo trovarmi tra le mani! Io ho capito tutto!” “Cos’hai capito Giuseppe? Ma se nella tua vita non hai mai capito un accidente!
Allora spiegami …”
“Senti … A proposito come ti chiami?” “Arcangelo Gabriele …” “Senti Arcangelo … dov’è che hai imparato a fare i giochi di prestigio?”
“Adesso basta! Adesso parlo io e chiudi quella ciabatta che hai al posto della bocca! Non ti sei accorto che in questa casa sta succedendo qualcosa di speciale?
Lo vuoi capire o no che io sono …” l’Angelo era al limite della pazienza e ormai aveva tutto fuori posto; i riccioli dorati, gli occhioni azzurri e le sue belle spalle su cui spuntavano le ali iniziavano a tremare per la collera imminente.
“L’ho colpita la Maria e fulminata poco fa, con lo Spirito, quello Santo e ora miscredente se non la pianti fulmino anche te … “ è imbarazzante sbrigare le faccende degli altri e poi mica gli poteva dire che era stato un passero, che all’uccellino non ci credeva più nessuno.
“Per me il fulmine ha preso te, ma nella testa e in mezzo alle orecchie …” ribatte Giuseppe mentre gli occhi gli escono dal muso.
“Guarda qua Beppe! Mancare in questo modo di rispetto al rappresentante di Dio in terra …” L’Arcangelo abbassa le ali agitato e anche un pochino ansioso: “Non vorrai rovinare tutto invece di piangere di commozione? Non si può mai sapere, le vie della provvidenza sono infinite …” “Anche quelle delle disgrazie …”
“Silenzio! Posso continuare? Sssssssssssssssss …” si impone l’Angelo che aveva capito come Giuseppe avrebbe avuto bisogno di due grani di pepe per la prima notte e che non si sarebbe mossa nemmeno una foglia chè, non spettava a lui codesto compito.
Prima le aveva le foglie, ora stava dando i numeri: Uno; che con quel bel visetto Maria gliela stava combinando grossa. Due; fianchi da vespa, gambe lunghe e sorriso proprio da Santa. Tre; a dormire ci sarebbe andato con il berretto e le mutande di lana.
“Beppo … Beppe … Giuseppe! …” “Non te ne immischiare, che tutto è già segnato per filo e per segno e in bella scrittura.” “E’ questo che mi preoccupa, mi dovrò tenere le braghe e accontentarmi di guardarla e basta! Che bella figura che mi toccherà fare! Che Dio mi fulmini …”
Un sorrisetto compare sulle labbra di Gabriele nel sussurrare: “Ti strafulmini!” ”Lo farà di certo … ehm … se oserai …”
“Non rompere più le scatole! Io non ci capisco molto di questa storia, ma se potessi appena appena parlare con Dio … eeeee… lo saprei io cosa dirgli …”
“Perché io sono già Santo in terra e guarda cosa mi tocca fare per guadagnarmi onestamente il Paradiso.”
L’Arcangelo si congeda tirando un sospiro di sollievo che non vedeva l’ora di andarsene. Si sistema le vesti, poi lo guarda.
“Ognuno ha la sua Croce!” “Beati gli uomini di buona volontà!” “E La Maria … non si toooccaaa …” gli urla Gabriele mentre spicca il volo …”
Giulia

sabato 12 settembre 2009

HO ANCORA IL PALLORE DELLA LUNA SUL MIO VISO Dedicata ai miei nonni.
PREMESSA: Sono cresciuta con i miei nonni e quando sono mancati non ho avuto il coraggio di tornare nel paesino dove ho vissuto con loro, la casa dell'infanzia rimaneva un luogo per me immortale, fino a quando...
Camminavo. Una mano stretta a pugno in una delle tasche, le unghie piantate nel palmo della mano fino a quasi farmi male, l’altra a cingere il collo rialzato del cappotto.
Era quasi come sentirsi vecchi, presenti dall’inizio del mondo, passeggiare e nessuno per le strade, era il paese in cui vivevo un tempo, un mondo pieno di ricordi che si trascinano nel vento…avevo freddo…tutto come morto.
Erano spariti anche gli spettri, non era rimasta nemmeno polvere d’ossa su cui muovere i miei passi, solo mura vuote, imbrattate dalle nostre presenze.
Non avrei dovuto essere qui.
Tutto come ricordavo.
La casa bianca con le rose, al sole mi aveva sempre fatto un altro effetto, avrebbe potuto quasi riflettersi sulle onde, se ci fosse stato il mare, e invece guardava le verdi fronde dove neri corvi gracchiavano le loro storie, macabri, forse perché i soli…
Spariti anche i passeri con le loro ali bianche e grigie…c’era un cane che correva nel cortile, il suo padrone? Possibile che fosse solo?
No…non sono di qui, ero qui quando questo posto era ancora vivo, il mio nuovo mondo è ancora vivo, per poco forse, ma respira ancora, mentre questo sa di morte, per questo è così famigliare…Non sapevo quanto straziante potesse essere riguardare vecchi luoghi con un nuovo cuore…
Mi allontanai, piano, camminavo faticosamente, quasi il distacco fosse più che fisico, continuando a sentire lo scricchiolio dei sassi sotto le scarpe, come il sussurro languido di un morente…era un rumore quasi costante, ma alterno, la cadenza dei miei passi, il fruscio del mio cappotto…
Non ero mai stata così agghiacciata…nemmeno in quella notte nel passato in cui ero uscita dal mio corpo per non sentire… un terrore antico marchiato nella mia coscienza, ma il tempo aveva ripreso a scorrere e tutto era finito, fermato in quel nuovo immoto fluire…
“E per sempre vuol dire mai più” diceva una canzone.
A me aveva fatto uno strano effetto, come un brivido freddo lungo la schiena, come se già immaginassi quale sarebbe stato il futuro…e non l’avevo voluto…
Perché ero tornata? Non avrei dovuto lasciarmi trascinare dall’impulso, da quel sentimento improvviso ed impetuoso così dannatamente fragile e radicalmente impresso dentro di me. Ma era qui che ero giunta e non volevo fuggire, non volevo volgere le spalle, non volevo tornare al mio presente senza aver prima guardato dritto in volto il mio passato. Eppure ricordavo tutto perfettamente, mi morsi le labbra e alla fine sentii sulla mia lingua il sapore del mio stesso sangue…
Il sangue, forse ero tornata per quello, il sangue di quelli con cui avevo vissuto, avevo riso, coloro che avevo amato, quelli che mi avevano capita, che mi avevano considerata, o forse per l’oblio e la pace, limpida come le acque pure, un foglio bianco su cui ricominciare a scrivere…
Continuai a camminare.
Deserto, i pochi vecchi che pigri uscivano nei cortili, si guardavano intorno, mi gettavano un’occhiata distratta, senza scrutare sotto l’onda morbida dei miei capelli chiari, senza nemmeno intuire la piega del mio triste sorriso dietro il collo rialzato del cappotto…
Cos’ero venuta a cercare?
Davvero ero convinta che avrei ritrovato tutto come un tempo, persino l’ombra di me stessa, quella bambina incosciente, timida, capace di ridere e di perdersi l’istante dopo. Mi guardai attorno, il borgo, il legno s’era fatto scuro, la vernice s’era scrostata e i muri di mattoni s’erano incupiti, la famigliarità di un luogo guardato attraverso nuovi occhi.
Quanto tempo avevo trascorso in quello stesso posto, in compagnia di chi amavo, con cui ridevo fino alle lacrime per qualche minuto per rintanarmi quello dopo nei miei pensieri inutili, scrutando i loro occhi, spiando i loro sorrisi, cercando di capire se erano felici. Parlavano, ridevano, si chinavano in avanti sul tavolo, una nuova vita aveva preso forma tra loro che mi erano stati cari, avevo solo una decina d’anni ed ero parte di loro più di quanto io fossi mai stata.
Feci una smorfia… attraverso gli anni e la distanza avevo solo rimpianti e quando le nebbie s’erano alzate fitte sulle acque immote delle mie paure, il desiderio di loro era stato più forte, una nostalgia acuta e pungente, la malia del ritorno…
Ma ora non ero qui per questo, no…
Attraverso gli occhi della bambina che sarebbe cresciuta come un mattone conforme al resto della struttura, protetta e sostenuta da essa, adesso sapevo perfettamente che non ero venuta per rimpiangere qualcosa, ma per cercare la parte di me che credevo morta e perduta per sempre…
Camminai spedita nella notte fredda e straniera.
Nel buio… baluginio di fioche luci, riverbero di gemme verdi e brividi sulla mia pelle, sentii quella specie di fitta dentro, come se qualcuno strizzasse i miei organi interni, come se l’aria mi fosse aspirata dai polmoni e il mio sorriso tremò…ma non si ruppe…
Giulia

giovedì 10 settembre 2009

FEMMINA SELVATICA
Canto con la mia voce
sporgendomi nel vuoto
vestita e sudata
allungando le unghie
l’Inferno ha fiori
che si rizzano in cobra
e sibilano improvvisi
morsi e soffi d’Angeli...
piove sugli ossari...
danzando intorno al fuoco
saremo bruciati
e le nostre ceneri
saranno spazzate
ai poli opposti dell’aurora
Io sono figlia d’illusione
partorita e gettata
in purgatorio
canto sulla cima
di mura medievali
celebro la morte del reame
con il mio soffio fiorito
come un’orchidea
in mezzo alla tempesta
ma ho falangi marine...
e mi nutro di bacche.
Giulia

martedì 8 settembre 2009

LA NOTTE NON FINISCE MAI
Cortina di luce
in mormorio di polvere
assopisce le mie percezioni
l’ incompiutezza della mia condizione tra i vetri labili
lambisce i confini dei miei sgomenti
Lui lo sa, i miei gesti sono ininterrotti.
Non riesco a seguire lo scorrere dei pensieri liquidi che si agitano sotto la superficie della mia pelle come timidi aghi ed allora lui mi osserva cercando di penetrare le mie movenze e di afferrarne il senso
s F u G g E n T e
quasi come quando lacrimiamo i tramonti lontani con cui siamo soliti giocare a rivestirci spogli
delle nostre identità o forse pieni di esse davvero solo per la prima volta.
Come bambini immacolati.
Come cortine di luce.
Pallida. Sempre pallida. Come un angelo. Una bambola di porcellana. Fragile, eppure la mia fragilità è incorruttibile.
Nel modo di un diamante.
E danzavamo, danzavamo, danzavamo...
...a lume di candela, i nostri corpi ansimanti di noi,
incorrotti di bagliori che ci appartengono,
insieme alle ombre
ondeggianti in sinuoso mostrarsi
sul pavimento.
Gli istanti sono infiniti.
Come le nostre prospettive,
bisogna solo coglierli.
Lui scriveva versi immortali per me, li leggevamo la sera abbracciati,
esanimi
emozioni ambrate
che si spandevano come inchiostro
di brividi caldi, riempiti
dei nostri silenzi
tra una pagina e l’ altra
( erano tutte bianche).
Floreali sorrisi dipingevano
il nostro inebriarci
di poesia
in sussurri armonici
e flebili accenni.
La notte non finiva mai.
Può la purezza essere una perversione?
E ricordo.
Ricordo il nostro perderci tra i giardini ed il rincorrersi delle [nostre] figure eteree in artistico specchiarsi, tra laghi di memorie ed aspettative in divenire.
Il mio ritratto tra le tue mani, gocce d’ acqua che si scioglievano in pose improbabili.
Ho creduto solo nel sublime.
LUI: “ In lei. Le vetrate gotiche
mi hanno sempre osservato
con sguardi identici ai suoi ”.
LEI: “ Ad arte ci ricamavo sopra,
i suoi
sorrisi
sempre
più l a r g h i “.
La prima volta che ho visto il mare ho pianto.
Danzavano impalpabili
le onde,
fluenti vesti
che
c
a
d
e
v
a
n
o
con me.
Le sue dita si muovevano lente,
si posava l’onda
sulle labbra
sentendone il sapore,
divenendone il sapore
( la sua pelle sapeva di mare).
I suoi sussurri si confondono ora agli ansimi del cielo
infrangendo le mie sponde, mi perdo nei loro riflessi per ore, in ipnotica simbiosi, quasi fossi un dipinto surrealista,
la sera schiude i miei sigilli
e le realtà vespertine
accompagnano i miei ritorni,
la notte ancora non finisce mai…
Giulia 10 dicembre 2003

lunedì 7 settembre 2009

E' UNA BAMBINA
E’ una bambina, la sua pelle bianca e trasparente come un pezzo di ghiaccio che puoi trovare sulle cime nevose, occhi scuri e profondi come i pozzi dove si raccoglie l’acqua piovana, portamento e grazia insolito in una creatura così piccola, un pezzetto di luna che cammina sulla terra senza scarpette, adora veder muovere i suoi piedini…
Dovrei esserle grata, il grano non è mai stato così abbondante, i frutti più dolci, il mio volto non ha risentito degli anni, lo sguardo è sempre vivace, la mia fronte spianata da qualsiasi segno, le mie labbra più rosse del succo della vita e i miei piedi possono danzare nudi senza melodia, quella vive nel cuore…
Una bambina malinconica e timida che ogni sera corre su per le vecchie scale, un vestitino a fiorellini di lino, semplice, decorato con il pizzo. Sorride alla sua bambola adagiata sulla sedia a dondolo.
Un salto sul letto del nonno, tanti piccoli baci, e l’emozione che ogni volta prende il sopravvento. La sua stanza è piccola, essenziale, libri in disordine, la scrivania in un angolo, piena di carta, inchiostri e qualche candela. Le piace tanto la luce che emette, non è fissa, cresce e diminuisce, cresce e diminuisce e così nell’oscurità dentro il letto, sembra che anche il petto si gonfi per dare ossigeno al cuore…
E’ ancora lì in un angolo, adagiata su una poltroncina a dondolo di legno chiaro, i capelli sciolti sulle spalle che le incorniciano il volto pallido, forse è stanca povera piccola, gli occhi chiusi, che aperti ricordano un cerbiatto.
Non è cambiato poi tanto, in silenzio come sempre, la sera ascolta ogni rumore perdersi in un sussurro o nel lamento del vento e il cigolio della sedia che ondeggia è la melodia più dolce rimasta dentro.
Peccato che gli occhi siano ancora chiusi, non più lucidi o in fuga come ogni volta che la guardo, (forse l’ho lasciata troppo sola), adoro ancora leggere e scrivere poesie con lei o racconti, a volte si alza e recita, poi ride divertita, il suo sorriso è rimasto delicato e perfetto…
Le sue mani sono ancora sporche dal colore di vecchi acquarelli, ogni sera mi fa trovare un foglio con le sfumature del giorno, guardo le mie, sembrano fogli bianchi che nessun artista potrebbe più plasmare. Non l’arte con i suoi colori, né il lavoro per vivere con tagli, non la malattia con piaghe o il tempo con le rughe. “ Oh, sì, vivo. Ecco.” Questa parola così pungente come il sale degli oceani, questa parola che ho sentito dall’inizio e non sapevo da bambina cosa fosse…
Non si crea problemi per la scelta dei suoi giocattoli, foglie, fiori, insetti, bastoncini e, la fantasia basta da sola, (del resto una bambina di pochi anni non si rende conto di quello che le manca). Mi porta sotto i fiori del ciliegio, fragoline selvatiche e lei che con fili d’erba s’inventa collane di corallo.
Uno sbuffo di succo rosso sul viso e sul collo, ancora non ha imparato, si sporca sempre, non andranno via quelle macchie dal vestito, il nonno dice che bisogna aspettare che passi la stagione per pulirle bene.
Il sole rende più grandi i suoi occhi, corre via saltellando sulle gambe, ride, ride di gusto…
Trenta minuti almeno che non la vedo. Già mi manca nel cervello e nel cuore.
Giulia 03 marzo 2004
Testo che ho scritto tempo fa e che dedico a UnaStella.

venerdì 4 settembre 2009


LA PRIMA VOLTA CHE HO VISTO IL MARE

C'era una luce randagia
come noi
i lampioni solitari insonni
gioielli poveri della strada
Una musica che a cercarla
non l'avremmo trovata
e foglie, ovunque
larghe
e verdi, color meraviglia

Baciavamo l'acqua come fossimo terra secca
e l'acqua eri tu
ero io

Gemelli di spina dorsale
pieni di memoria antica
e di ricordi ancora da vivere

Amore, la prima volta che ho visto il mare
aveva i tuoi colori
ma ancora non lo sapevo

Ieri l'ho colto tutto
come un mazzo di fiori
e l'ho dipinto sulla tua schiena

Tu ti sei fatta conchiglia di onice
ed io ti ho dormito dentro
come un'onda placata

Coi piedi nudi della luna
ho attraversato i tuoi cortili
ed ho sentito il mondo esistere
dentro la pelle di mille porte

Poi ho mangiato le tue ciliegie
lasciando l'albero ancora adorno

Con lo stupore di un bimbo felice
ho atteso il mattino
così che il sonno mi aprisse le labbra

Quando si compie quel gioco dei secoli
che vede il sole bucare la notte
spandere il seme nell'utero terra
e vestirla di luce come una sposa

Amore, la prima volta che ho visto il mare
aveva i tuoi colori
ma ancora non lo sapevo

Aveva la voce che nulla dice
eppure cantava
come il palmo del vento sul pelo dell'acqua
quando l'assaggia e si imbianca di sale

Aveva boccioli di rosa gialli
corsi dietro alle api di notte
per profumarsi col miele dei sensi

Lo sterno
le spalle
il giardino fiorito.

Omaggio a: Massimo Botturi 12 settembre 2003 - Tratta dal suo libro interamente a suo nome "Frutto Acerbo" pubblicato da Otma edizioni, Milano.

Quadro dipinto su vetro da Giulia

SONO PERICOLOSE IN CASO D'URTO ?


Il fatto che la vetrata sia un mosaico di tessere di vetro la rende più resistente alla rottura, perché più elastica.
Le tessere sono generalmente piccole, lo stagno che le contorna non ne permette la caduta in caso d'urto.


Laboratorio Vetro in Arte - Stresa

Non sarà troppo da chiesa?


Spesso si teme che inserendo un vetro artistico nel proprio appartamento, l'abitazione prenda i connotati di una cattedrale.
Questo sicuramente perché le vetrate sono state utilizzate moltissimo nelle chiese e lo sono ancora. Addirittura si parla di vetrata cattedrale, mentre sarebbe più corretto dire "vetro cattedrale".
L'utilizzo delle vetrate nelle cattedrali nordiche era necessario, sia per raccogliere più luce possibile, sia per diminuire il peso che le fondamenta dovevano sorreggere.
Ma la collocazione nelle abitazioni private cambia il concetto d'uso, i disegni diventano più leggeri e sobri seguendo linee più armoniche in sintonia con l'arredamento.

LA LAVORAZIONE TIFFANY

"Tiffany" è una particolare tecnica creata da Louis Confort Tiffany, pittore e vetraio fra i principali esponenti dell'Art Noveau di fine ottocento.

Questa tecnica consiste nel tagliare forme di vetro ( anche di piccole dimensioni ) molarle con l'uso di una mola ad acqua e nastrarle con una sottile lamina di rame od ottone cosparsa di colla di pesce per farla aderire al vetro.

Unendo i pezzi come un puzzle si compone il lavoro definitivo che verrà saldato con una lega di stagno, argento e piombo.

La saldatura può essere brunita ( anticata ) con speciali acidi ossidanti che creano un effetto molto simile alle vetrate a piombo medievali.

E' una lavorazione molto "fine" con cui si ottengono risultati accurati e armoniosi, non raggiungibili con il piombo classico.

Giulia


Tutta la pubblicazione successiva fa parte della mia Tesi conclusiva della Scuola d'Arte frequentata. 1996.

STORIA DEL VETRO

In Europa nel primo medioevo le botteghe dei maestri vetrai sorgevano in località situate vicino a grandi foreste dalle quali traevano il combustibile necessario per fondere il materiale, soprattutto le felci, una volta incenerite davano origine alla potassa necessaria per la formazione del vetro.


Per questo la varietà tedesca di vetro in quel tempo (fra il verde ed il giallo-bruno) fu chiamata “vetro di foresta” mentre quella francese prese il nome di “vetro di felce”.


Nell'Asia Minore e in Egitto, intanto il livello dell'arte vetraria restava altissimo, vasi, bottiglie, coppe, piatti erano formati seguendo un sistema molto simile a quello che doveva far diventare poi famosa nel mondo l'arte dei vetri muranesi (quando il vetro era in stato di fusione si dava all'oggetto la forma desiderata usando delle lunghe pinze).


La decorazione veniva eseguita in un secondo momento applicando filamenti di vetro dello stesso colore o contrastante oppure si utilizzava la tecnica dell'intaglio; già nota da secoli sia a Roma che in Asia Minore.


L'arte islamica del vetro favoriva una grandissima utilizzazione del colore a scopo decorativo.

Il sistema usato era questo:
Smalti composti da materiali colorati a punto di fusione bassa, venivano stesi in uno o più strati sull'oggetto da decorare e poi fissati mediante una seconda cottura in forno (come ancora si fa oggi).


Considerevoli, tra i tanti oggetti che ci sono giunti intatti, sono alcune grandi lampade destinate ad illuminare le moschee, decorate con versetti del Corano datati fra il XII e il XIV secolo.


Il fatto che venivano sistemate molto alte sul soffitto, lontane dalle mani di chiunque, ha favorito la loro conservazione attraverso tanti secoli.
Giulia - (continua)


LE VETRATE DIPINTE

In Oriente, fra il X e il XIII secolo, si afferma un ramo particolare della vetreria, prima quello che riguarda le vetrate dipinte ed applicate sulle lunghissime e strette finestre e sui rosoni delle grandi chiese romaniche e poi su quelle gotiche.

Rapidamente la vetrata policroma istoriata con particolari della vita o dei miracoli di personaggi e santi si diffuse in tutta l'Europa attraverso gli ordini religiosi, in modo particolare attraverso i Benedettini che la usarono per tutte le loro chiese ed abbazie chiamando alcune volte illustri pittori per collaborare con i maestri vetrai per la realizzazione di opere stupende.
Fra le vetrate di chiese antiche, vi ricordo quelle della Cattedrale di Poitiers in Francia; risalgono al 1165 D.C. Circa.
Giulia - (continua)


Cattedrale gotica di Exeter Cornovaglia.

CHE COSA E' IL VETRO

In senso teorico è un materiale solido, amorfo (privo di forma), trasparente, ottenuto ad alta temperatura (1200/1500 C° - 1700 vetri speciali) un miscuglio di sabbia silicea e due basi, di cui una deve essere alcalina (viene impiegata soda) e l'altra un alcare terrosa (si impiega un calcare che deponendolo nel forno dà ossido di calcio e libera anidride carbonica) o un ossido di metallo pesante (piombo o zinco) e si lascia poi solidificare lentamente la massa liquida ottenuta.

A questi tre componenti essenziali vengono poi amalgamate altre sostanze con funzioni di fondenti, stabilizzanti, ossidanti, ecc.

Molto importante è anche la decolorazione del vetro che data la presenza inevitabile di alcuni sali ferrosi, si presenterebbe verdastra, (vedi le bottiglie che si usavano un tempo per imbottigliare il vino) si ripara a questo aggiungendo del biossido di manganese (comunemente chiamato sapone dei vetrai) che ossidando elimina l'inconveniente.

Il vetro così definito è detto vetro comune o vetro solido calcico. La sua composizione è molto variabile ma in media rappresentabile come segue:

SI -02=75% = NA 2 0=15% = CAO =10%

Oggi si producono almeno un migliaio di vetri diversi, destinati agli usi più disparati. Ne cito alcuni che più frequentemente si incontrano nelle applicazioni correnti.

IL VETRO CRISTALLO è un vetro di notevole brillantezza e trasparenza, nella sua lavorazione si impiegano ossidi di piombo e di potassio.

IL PIREX è un vetro borosilicato, particolarmente apprezzato per la sua resistenza meccanica e di calore.

IL VETRO DI JENA è di qualità particolarmente controllata, è un vetro contenente ossidi di zinco, bario e manganese ed è molto adatto alla fabbricazione di strumenti scientifici.

IL VETRO OPALINO è ottenuto realizzando una sospensione di piccole particelle nella massa base; poiché le particelle hanno un indice di rifrazione diverso da quello della matrice vetrosa, la luce viene diffusa e si ottiene un aspetto lattescente.

Giulia - (continua)



PRODUZIONE DEL VETRO FUSIONE

I fori per la fusione del vetro sono di due tipi, continui a bacino per grandi produzioni o discontinui a crugiolo per produzioni non rilevanti o a carattere qualitativo, normalmente essi sono riscaldati bruciando dei gas.

La fabbricazione degli oggetti in vetro può essere fatta a caldo (caso più frequente) o a freddo.

La lavorazione a caldo si effettua sulla massa vetrosa uscente dai forni e può essere automatica (riduzione in continuo di lastre, tubi, ecc.) o manuale, quest'ultima è oggi relativa a produzioni a carattere artistico o su scala artigianale.

L'operatore preleva sulla punta di un tubo una porzione di vetro fuso semiraffreddato e soffiando nel tubo aiutandosi con speciali utensili o stampi, provvede a formare uno per uno gli oggetti.

Sempre a caldo il vetro può essere stampato per ottenere oggetti come bicchieri, vasellami e simili. Gli oggetti in vetro lavorati a caldo devono essere cotti di nuovo per eliminare le tensioni interne che si creano nella massa per effetto del raffreddamento. L'artigiano si avvale in seguito delle tecniche di molatura e smerigliatura.

VETRO CEMENTO materiale composito ottenuto annegando nel calcestruzzo delle formelle di vetro; in tal modo si ottengono delle lastre impiegabili per lucernai, divisori, ecc. Può divenire addirittura strutturale nell'edilizia una volta armato.

VETRO ORGANICO termine corrente, ma estremamente improprio con il quale vengono indicate alcune resine (acriliche e viniliche) con le quali è possibile colare lastre o stampare oggetti di vario genere di aspetto molto simile ai prodotti in vetro vero.

Giulia - (continua)



Vetrofusione

LA MEMORIA DEGLI OGGETTI

Degli oggetti d'uso comune pochi sono giunti intatti sino a noi.

Possiamo però avere un'idea delle forme più in uso osservando le miniature, i dipinti, gli affreschi che venivano rappresentati con ricchi dettagli.

Così sappiamo che in epoca merovingia in Francia erano di moda le coppe fornite di piede, certe bottiglie dal collo molto lungo e dal corpo rotondeggiante, bicchieri conici ma con fondo piatto; in Germania nello stesso periodo si fabbricavano bicchieri conici con base molto stretta e decorazioni applicate a forma di piccole gocce.

Numerosi sono i trattati scritti sull'arte datati all'età medioevale, tutti interessanti per lo studio delle tecniche usate e la storia del costume.

Anche per l'età gotica sono pochi gli oggetti che possiamo studiare, numerose sono però le fonti iconografiche alle quali attingere.

In Francia grandi centri di produzione sorgevano in Lorena, in Normandia, in Provenza, presso i Pirenei, mentre l'arte vetraria assumeva una sua altissima dignità e grande amore tanto da assicurare a quanti la praticavano con particolare maestria il titolo nobiliare di "gentil homme verrier".

Giulia - (continua)


ARTE A VENEZIA

Un grande avversario si presentò all’orizzonte dei maestri vetrai francesi agli albori del Rinascimento; l’Italia.

Questa volta però non erano gli artigiani di Roma che si affacciavano alla storia dell’arte ma quelli fino allora quasi sconosciuti di una città giovane, sorta come per incanto sulle sponde dell’Adriatico; Venezia.


A Venezia erano affluiti nel corso del medioevo maestri vetrai e mosaicisti dell’Asia Minore, con l’incarico di fare della città una delle meraviglie del mondo.

Molti avevano lavorato per un certo periodo e poi erano tornati in patria, ma molti altri avevano preso dimora

stabile aprendo botteghe frequentate da allievi volenterosi, intelligenti e amanti del bello.

Non tardarono a diventare più abili dei loro insegnanti in tutte le arti decorative.


Costretti a rifugiarsi nell’isola di Murano a causa degli incendi violenti che spesso divampavano nei quartieri cittadini in cui avevano aperto le loro fornaci e botteghe.

Orientali prima e veneziani dopo, fecero dell’isola uno dei centri più splendidi del mondo, da surclassare perfino le grandi scuole alessandrine e romane.


La Serenissima Repubblica veneta cercò a lungo di impedire che i segreti della lavorazione del vetro uscissero dallo stato, i maestri non potevano assolutamente andare a lavorare fuori dal loro territorio, pena gravissime sanzioni.

Ma, vi era sempre qualcuno che riusciva a eludere la stretta sorveglianza messa in atto alle frontiere.

Quindi i segreti muranesi diventarono di pubblico dominio per centinaia di allievi che accorrevano nelle botteghe che i maestri veneti aprivano in Europa; Inghilterra, Paesi Bassi, Liegi, Francia, Spagna e Portogallo.

Solo la Germania restò estranea a lungo a questo fenomeno per un motivo molto pratico, il vetro tedesco era di natura ben diversa da quello veneto perché veniva ricavato dalla potassa ottenuta con le ceneri del legno che abbondava in quelle regioni ricche di foreste, mentre la soda usata dai maestri muranesi proveniva dalle ceneri di piante marine, con l’aggiunta di piccole quantità di biossido di manganese che eliminava scorie e impurità, questo assicurava la limpidezza e una purezza eccezionale al prodotto.

Verso la fine del XVI secolo, un tedesco, Caspar LEHMANN, portò a splendere l’arte di intagliare il vetro nel suo paese, spingendo i suoi connazionali a cercare una qualità di vetro più pura e più limpida.

Nel XVII secolo fiorirono in Germania scuole ad altissimo livello; foggiavano degli stupendi oggetti in gara con la nostra Murano e il veneto in genere.


Giulia (continua)


IL GOTICO FRANCESE

Chartres, Parigi, Reims, Laon, Amiens, Rouen, Bayeux, Evreux, sono le otto Cattedrali gotiche francesi, dedicate a Notre-Dame, la Vergine Santa e tutte costruite verso il 1130.

Congiungendo i punti delle città dove sono state costruite, si traccia sulla mappa il disegno della costellazione della Vergine ( Segno zodiacale ).

Si dice che nel 1118 nove cavalieri francesi

Partirono per Gerusalemme; non erano crociati, né pellegrini e nemmeno monaci.

Davanti al re di Gerusalemme, Baldovino II fecero voto di povertà, castità e obbedienza.

La loro missione era segreta.

In loco i cavalieri si misero a guardia del luogo su cui era sorto il tempio di Re Salomone.

Furono detti cavalieri del tempio o templari.

Ma da chi furono inviati a Gerusalemme? E perché?

I Templari dovevano scoprire una legge più misteriosa e segreta, non proclamata, ma che deteneva la saggezza e la potenza.

Possedere queste Tavole significava avere conoscenza delle norme, delle misure e dei numeri che regolavano il mondo.

Le Antiche Scritture parlano in più punti di questa Tavola della Legge che Mosè custodì e nascose e che Salomone il re della saggezza ebbe la fortuna di possedere nel proprio tempio.

I Templari tentarono di ritrovarle.

Papi, Re, Imperatori avevano organizzato diverse battute in Terra Santa, in Persia, in India e persino in Cina.

Lo stesso Luigi Re di Francia inviò esploratori in Abissinia.

Ma tutti fallirono.

Anche i Templari?

La loro missione era segreta e segreto è rimasto l’esito.

Nessuno ha le prove che i Templari abbiano trovato le Tavole delle Leggi.

Però un dubbio esiste, perché, dieci anni dopo, nel 1128, ritornarono in Francia, si presentarono al Concilio di Troyes e chiesero di entrare nell’ordine religioso.

Due anni dopo iniziarono le costruzioni delle Cattedrali Gotiche.

Ancora non si spiega perché proprio a Chartres, piccolo villaggio di cinquemila contadini; fu il più ardito luogo di culto.

Inspiegabilmente contadini, pecorai e pastori si trasformarono in muratori, carpentieri e vetrai.

In queste Chiese vi sono migliaia di statue, di scene rappresentative, di dipinti in cui si racconta la storia dell’uomo, di Dio, di Gesù, dalla nascita alle sue glorie.

Ma non c’è una sola vetrata o una statua che raffiguri la crocefissione.

I Templari rifiutavano di ammettere che l’uomo crocifisso da Pilato fosse il loro vero Cristo.

La scienza tenta di dare una spiegazione.

Giulia (continua)


IL MISTERO DELLE CATTEDRALI

Forse quello era solo un posto dedicato alle preghiere.

O forse uomini primitivi e poi quelli pre-cristiani sapevano leggere nel cielo, orientarsi col sole e le stelle, forse con una sensibilità maggiore della nostra.

Guidati da un istinto cosmico “tenta di spiegare la scienza”.

Chartres e le altre cattedrali che ripetono il segno della vergine, sorgono dove i pagani veneravano una statua di legno che rappresentava una madre col bambino, questo era il culto della terra madre chiamata anche “la Vergine che partorirà”.

A Chartres i Druidi ne fecero il centro della loro religione prima ancora che fosse nato il cristianesimo e la venerazione della Vergine Nostra Signora, fu tramandata di secolo in secolo.

La statua era collegata nella cripta più sotterranea del tempio, pellegrini valicavano monti e paludi per pregarla.

L’età e il fumo delle ceneri l’annerì.

In seguito fu nominata “Vergine Nera”.

Quando i primi cristiani giunsero a Chartres, trovarono in quella grotta la prima Vergine col Bambino, conservarono statua e cripta e sopra vi eressero un tempio cristiano.

Scendendo nella grotta pagana abbiamo 37 mt. di profondità e 37 mt. è anche la volta eretta sopra il pozzo druido.

Nei portali della cattedrale vi è una scultura che riproduce il modello della Vergine Nera e lo stesso su una vetrata.

I costruttori di queste cattedrali si tramandavano da generazione in generazione i segreti delle soluzioni tecniche, l’armonia, la scienza dei calcoli impossibili, per imbrigliare spinte e controspinte, ogive, archi e volte.

Gli architetti che costruirono quelle opere, parevano possedere un segreto e una scienza che non erano dell’occidente.

Per realizzare una volta gotica dovettero inventare una geometria che permettesse, su un semplice disegno, le interpretazioni dei volumi e dei vuoti, l’accordo di spinte e di resistenze.

I muratori, i vetrai, gli scalpellini che eseguirono le opere erano maestri e venivano raggruppati in confraternite perché da loro non trapelasse nessun segreto.

In ogni cattedrale vi era un numero magico.

Scienziati moderni hanno cercato di scoprirlo con calcoli trigonometrici.

Si è trovato che Chartres (37 mt. lunghezza del coro e 14 di larghezza, la volta è alta 37 mt. la navata è lunga 74 mt.) ha tutti numeri che sono multipli di 0,37 e questo numero è esattamente la centomillesima parte del grado del parallelo che passa per la città di Chartres.

REIMS

E’ situata 49 gradi di latitudine nord con un grado di parallelo di 71 Km, l’unità di misura è di 1.42, la lunghezza della Cattedrale di Reims è di 142 mt, cioè il doppio di 71, il suo multiplo.

AMIENS

E’ A 49,51 di latitudine, parallelo di 70 Km, ebbene l’altezza della volta è di 70 volte 0,70 mt e la lunghezza dei transetti di 70 mt.

I costruttori di quelle cattedrali conoscevano a tal punto il globo terrestre da poter scegliere la misura più idonea dei loro monumenti in modo da rispettare un’armonia tra leggi matematiche, geografiche e astronomiche?

Da dove proveniva quella loro scienza?

La Vergine Nera delle vetrate di Chartres la chiamavano Sant’Anna che tiene in braccio la Vergine Bambina, Anna ha il volto nero e tre gigli bianchi a 5 punte.

Il nero e il bianco simboleggiano il passaggio dalla putrefazione della materia alla rinascita, mentre il numero 5 dei petali è il simbolo della donna; ma Anna come madre della madre è anche il simbolo della madre terra.

Il rosone formato da 8 fiori con 8 petali, l’otto (disposto orizzontalmente) Infinito-Eternità.

La rotazione delle rose simboleggia il passaggio dello stato di imperfezione materiale a quello di completezza spirituale.

I colori dei vetri nascondono un linguaggio.

Il nero è il disordine.

Il bianco la purezza.

Il rosso la perfezione.

La loro disposizione simboleggia il passaggio dell’uomo dalla materia alla perfezione.

I rosoni delle Cattedrali gotiche rappresentano il “viaggio” dell’uomo verso la trasformazione, la ricerca di una nuova identità.

Colori, figure, disegni, hanno un loro segreto intimo che i vetrai avevano appreso dagli alchimisti orientali, che a loro volta avevano imparato da popoli e culture millenarie.

Ancora qualche colore di rito.

IL NERO le tenebre, l’assenza della luce, la morte dell’uomo, il colore del caos dove tutto è confuso.

IL BIANCO come l’alba segue la notte, la luce dopo le tenebre, il colore della purezza e dell’innocenza.

IL GIALLO colore della trasformazione.

IL ROSSO colore del fuoco che brucia la materia.

Basta fissarli intensamente, quando la luce del sole li accende, perché una strana magia li metta in movimento.

E’ facile suggestione essere trasportati.

Sul pavimento delle cattedrali gotiche è rappresentato un labirinto.

Per i pellegrini che lo percorrevano sostituiva il pellegrinaggio in Terra Santa, ma significa anche il cammino dell’uomo verso la salvezza, non è un vero labirinto, ma un percorso obbligatorio segnato da cubetti di marmo blu e bianco.

Questi percorsi venivano nel passato guidati dallo stesso Vescovo a piedi nudi nel periodo di maggiori tensioni di correnti magnetiche (famosi girotondi di Pasqua).

Questo non per penitenza, ma perché il contatto con la Terra percorsa dalle correnti benefiche fosse più diretto.

Queste specie di danze finivano sempre al centro del labirinto, lì dove l’uomo cadeva stremato, ma anche trasformato.

E tante volte gli ammalati si rialzavano guariti nel corpo e sempre nello spirito.

Giulia (continua).


Madonna Nera di Chartres
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