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lunedì 28 settembre 2009

IL REGNO DI MEZZO
Quella sera Giulia rientrò a casa con lo spirito agitato, nella testa fremeva e bussava l'onda dell'immaginazione, corse allo scrittoio; tanti fogli di bianco sporco e nera china. Alcuni libri con bordi mangiucchiati, altri come nuovi, rinchiusi da solidi legami. Una sola penna d’oca accanto un libro, distesa tranquilla su un foglio, senza inchiostro, senza anima, senza sete.
Lì Giulia danzava al ritmo della natura, delle sue sensazioni, cosparsa di piume che si innalzavano coprendola in un cerchio di calma e di quiete. Le boccette di inchiostro notturno colorato e i cassetti senza corpo né tempo.
Un vaso blu. Una rosa, una candela, una fotografia. Una fotografia ingiallita, bruciacchiata. Un’immagine persa nei ricordi. Una piccola luce soffusa intorno, congiunta con il buio.
Giulia sorrideva, sapeva che quella danza in cui luce ed ombra si corteggiano poteva diluire o annichilire lo spazio e con un piccolo aiuto poteva creare un intero universo. La luce della lampada che colpiva le pagine di carta accarezzava il legno duro del tavolo ed illuminava il volto di Giulia di una luce innaturale.
Gli occhi premevano ed attraversavano il foglio intenzionati a compiere un incantesimo come a voler materializzare quanto stava scrivendo; pensava al tempo in cui Elfi e Fate camminavano sulla terra ed i bardi ed i cantori ne narravano l'esistenza. Essi cantavano raccontando alla folla la magia e l'incanto ed ecco che prendevano vita leggende e miti.
Gli Elfi della luce vivevano nell'aria ed erano creature buone e felici, di una bellezza affascinante, pelle avorio chiara come la luna, adottavano un albero e vivevano all'interno del suo tronco tanto da diventarne tutt'uno e combattevano contro gli Elfi delle tenebre che dominavano il sottosuolo, loro vivevano in grotte scavate nella terra o nella pietra, a volte assumevano sembianze di animali, erano rugosi con folti capelli e barbe nere ed avevano influssi malefici.
Le Fate erano creature delicate con il potere di predire il futuro, erano le principesse dei boschi, delle acque e di tutto il regno naturale, riparavano i torti, le offese e conferivano doni speciali, avevano un carattere mutevole, potevano essere anche maligne e vendicative, erano rese ancora più letali dall'aspetto bellissimo e la vendetta di uno spirito in collera era terribile, col tempo quest'ultime presero il nome di streghe.
Il mondo era composto da incanti ed incantesimi, loro rappresentavano il potere magico con valori ben lontani da quelli del genere umano.
Le Fate erano dotate di un'estrema forma di creatività ed arano attratte da istanti di grande commozione per questo si avvicinavano solo a uomini e donne speciali.
Queste creature magiche vivevano in posti fantastici; isole, foreste, oceani, mari, laghi e fiumi. Non si poteva invadere e dissacrare i luoghi scelti da loro per vivere.
E Giulia raccontava...
Quando Giulia scriveva la sua antica consapevolezza le destava strani tremori lungo la schiena e su per le braccia fino alla bocca, poteva assaporare quello stesso gusto che alcuni scrivani provavano nel trascrivere antichi manoscritti di storie perdute.
Quella sera stava correndo per le vie di quel suo mondo perduto, respirando come un cavallo selvaggio che dilatava gli spazi del naso per inspirare più aria durante la corsa, con il cuore bisognoso d'ossigeno, accecata da una grande pioggia di luce di un mondo ancora intatto.
La luce si fece più grande e si avvicinò.
“Chi sei?”. “Sono una luce”. “Sei solo una luce?”. “Solo una luce!? Nel mondo in cui vivi di luce vera non se ne vede molta!”. La luce cambiò colore. “A volte l'apparenza può essere incanto o realtà, quanto, non è dato a voi umani di sapere...”. “Noi possiamo irradiare una luminosità intensa, i nostri corpi fluidi si possono dissolvere in luce...”. Silenzio. “Dunque tu sei quella luce?” chiese Giulia bisbigliando. “Esatto!”. “E saresti in grado di...” non riuscì a finire la frase, la luce scomparve e tutto precipitò all'improvviso nel buio più nero.
A poco a poco dal buio emerse un paesaggio magnifico di colore smeraldo e mentre l'oscurità si dissipava tutto appariva come una pagina girata di un vecchio libro, una nuova pagina, verde e sconfinata. Un grande fiume scorreva placido nel suo letto e alte montagne innevate si stagliavano all'orizzonte. In cielo si rincorrevano piccole nuvole bianche come colombe, ampi alari di cobalto tra poche nubi. Nuovamente la luce investì Giulia, la prese e l'avvolse in sé in un secondo; serenità e pace.
Tutte le cose ti parleranno Giulia e potrai sentire e vedere. “Le Fate sono qui...”. “Ascolta...”.
...DO RE MI FA SOL …
“Nel cuore scorrono i nostri desideri incantati e i nostri volti sono simili alle piogge cristalline, attingiamo dalle cascate e dai ruscelli le nostre magiche bevande e ne dileggiamo i poteri donando rossori dolci ed amari all'Amore.
La notte danziamo in cerchio con le chiavi della magia e le pietre della luna tra le mani, ci confondiamo con il fiato del buio tenendo le nostre dita intrecciate, la nostra danza è agile e leggera tra le ghirlande ed i flutti, è sensuale e delicata come il frullio delle ali degli uccelli e al mattino le nostre lacrime si tramutano in rugiada.
Al nascere del giorno rivestiamo di luce i dirupi e le pianure, innalziamo altari nei sottoboschi e all'ombra dei fiori, facendo vibrare tutti i riflessi con le nostre risate.
Quando arriva l'alba nascondiamo i sogni alla notte con il pallore delle mani. Le nostre mani sono lunghe ed affusolate e sfiorano con il tocco un bacio dipingendolo su ogni sorriso. Lo dipingiamo sul volto delle note sussurrate ai muti spettatori del creato. Le nostre note sono come le farfalle. Non svegliare mai le farfalle Giulia.
Portiamo veli leggeri e i nostri richiami sono impareggiabili, nessuno può resistere. Nelle sere senza vento quando tremola la luna sul fiume, partiamo a cavallo d'ipogrifi alati, sciogliamo loro le briglie volando oltre la raduna nel mondo degli uomini, entriamo nelle case, raggiungiamo i sorrisi dei bambini con le nostre parole magiche di fiabe e rospi e le nostre bacchette di cristallo conducono il sonno dei piccoli di luce in luce. Ricordalo Giulia... Non è un sogno...”.
Poi fu nuovamente il buio più assoluto. Giulia si stropicciò gli occhi. La luce era flebile ed illuminava il foglio ancora bianco.
“Si può morire di nostalgia struggendosi alla ricerca inutile di qualcosa che non esiste, si può impiegare il resto della vita. Si può arrivare sul filo dell’orizzonte, alla svolta di un sentiero, all’ultimo albero di un bosco ed immaginare le risate delle creature fatate confuse con il canto melodioso degli uccelli. La nostra anima non avrebbe più quiete, dopo aver visto questo mondo. Se la sensibilità vi condurrà alla sua luce… scegliete il cuore… le Fate non perdonerebbero mai una scelta priva d’amore. Nel vostro cuore vi è l'ultimo rifugio del regno delle Fate”. (Dal Regno Fatato di Giulia)
Giulia 27 settembre 2009

giovedì 24 settembre 2009

QUANDO MARIA DIVENTO’ MADONNA

Premessa: ho voluto (sorridendo) immaginare l'Annunciazione dell'Arcangelo Gabriele in modo insolito, la veste non vuol essere blasfema ma solo un pochino umoristica.
Nella lontana Betlemme dove i sogni rincorrevano le notti viveva allora un povero falegname innamorato di una bellissima ragazza.
Nessuno avrebbe mai pensato o immaginato cosa stava per accadere...
Gabriele, l'Arcangelo, era pensieroso mentre scendeva sulla terra mandato da Dio per dare quell'annuncio non certo facile da dirsi e...
Pensa e ripensa gli viene un'idea!
"Meglio io vada di persona.. ehm... spirito da Giuseppe a dare la lieta notizia... tra uomini, va beh! Son stato uomo anch'io, ci si intende..." più rifletteva e più si convinceva che era la scelta migliore.
Fece un giro sopra la casa di Maria per dare una sbirciatina che tutto fosse in ordine, lanciò un piccolo fulmine sulla lampada nella camera della ragazza che dallo spavento rimase quasi fulminata.
Poi proseguì.
“Certo è che ci sono in giro pure un sacco di cornuti, sarà pure colpa di come la gente interpreta le cose, ”proverò a spiegare a Giuseppe che Maria mi è stata raccomandata!”
L’Arcangelo Gabriele svolazzando in due minuti raggiunge la bottega di Giuseppe. Senza troppe smancerie che di tempo ne ha già impiegato anche troppo lancia un altro raggio di luce che investe il povero falegname.
“Fermati! “Adesso mettiti lì quieto, attaccati alle sedie che ti devo dare un annuncio storico! … ” “Io sono un Angelo …” si guarda intorno calmo per lasciargli il tempo di comprendere che lui era un messaggero di Dio. “Ho già capito, non sono mica scemo … è uno scherzo …” dice Giuseppe.
“E invece non hai capito un bel niente!” con l’ala gli passa uno scappellotto sulla testa e non gli fa certo lo stesso effetto dell’Acqua Santa. Si porta le mani sull’aureola “avrò sbagliato mira …” “Pronti, ai suoi ordini …” incuriosito tagliò corto il falegname pensando che il barbera bevuto a cena facesse ormai il suo effetto.
Aveva fretta di sapere e si sentiva addosso il fuoco di Sant’Antonio. Ogni tanto un goccetto di vino se lo faceva, solo per combattere il freddo o non morire congelato diceva in giro.
“Apri le orecchie e ascolta quello che ho da dirti … Ascolta … In effetti non è tanto facile cominciare …” avvicinandosi di un passo sfodera la sua spada fiammeggiante e per indorare la pillola intona una melodia …
“Parti dalla fine allora …” lo interrompe Giuseppe che di pazienza ne aveva consumata tanta e n’era rimasta poca ad aspettare che a Maria partisse la scintilla …
“La vuoi smettere … sì o no … Dunque, devi sapere che c’è qualcuno lassù che ha messo gli occhi su Maria …” l’Angelo solleva la testa e scruta il cielo poi alza un dito verso l’alto come ad indicare qualcosa …
“E tu come fai a saperlo?” “Lo conosco …” una piccola vibrazione lo faceva tremare al pensiero di quello che gli sarebbe successo se non avesse portato a compimento la missione.
“Che t’ha chiesto allora? Non farmi stare sulle spine …” “Intanto mettiamo subito in chiaro che le domande le faccio io …” “Madonna! … Per quel che ho capito hai delle intenzioni serie …”
“Insomma per tagliarla corta, Maria concepirà un bambino …” (sospiro) “L’ho detto …” “Vergine Santissima Immacolata e Intemerata! Ma allora fai davvero? …” Giuseppe salta su come un elastico.
“Ma è mai possibile che Lassù, nell’alto dei cieli abbiate permesso un simile misfatto?” ora il poverino guardando il crocifisso al muro si stava agitando e diventando rosso come un cerino acceso.
“Stai calmo o ti verrà un attacco di cuore …” a Gabriele gli si era stropicciata la tuga a furia di contorcerla con le mani e lasciamo stare lo stomaco chè, sembra la cupola di San Pietro a Roma.
“E poi … con tutto il rispetto … “Cosa pensi? Che io sia sceso su questa terra per fare una passeggiata? …” “Qui sono in missione … la leggi la Bibbia?” “No, non riesco a leggere nemmeno le parole grosse sui muri del paese …” “Se tu leggessi la Bibbia, c’è scritto che questo mio arrivo è stato annunciato …” “Ma allora tu … lei … voi … Tu vorresti dire che sei veramente …” “Tu l’hai detto!”
“Veramente io non ho detto un bel niente! Di imbroglioni, guaritori, maghi e imbonitori c’è pieno il mondo! Ah! Per un attimo ci stavo cascando!” Giuseppe camminava nervosamente avanti e indietro per la stanza senza riuscire a fermarsi.
“No, no, non ci casco! Per chi mi hai preso? Per un allocco? Ma guarda che tipo stasera dovevo trovarmi tra le mani! Io ho capito tutto!” “Cos’hai capito Giuseppe? Ma se nella tua vita non hai mai capito un accidente!
Allora spiegami …”
“Senti … A proposito come ti chiami?” “Arcangelo Gabriele …” “Senti Arcangelo … dov’è che hai imparato a fare i giochi di prestigio?”
“Adesso basta! Adesso parlo io e chiudi quella ciabatta che hai al posto della bocca! Non ti sei accorto che in questa casa sta succedendo qualcosa di speciale?
Lo vuoi capire o no che io sono …” l’Angelo era al limite della pazienza e ormai aveva tutto fuori posto; i riccioli dorati, gli occhioni azzurri e le sue belle spalle su cui spuntavano le ali iniziavano a tremare per la collera imminente.
“L’ho colpita la Maria e fulminata poco fa, con lo Spirito, quello Santo e ora miscredente se non la pianti fulmino anche te … “ è imbarazzante sbrigare le faccende degli altri e poi mica gli poteva dire che era stato un passero, che all’uccellino non ci credeva più nessuno.
“Per me il fulmine ha preso te, ma nella testa e in mezzo alle orecchie …” ribatte Giuseppe mentre gli occhi gli escono dal muso.
“Guarda qua Beppe! Mancare in questo modo di rispetto al rappresentante di Dio in terra …” L’Arcangelo abbassa le ali agitato e anche un pochino ansioso: “Non vorrai rovinare tutto invece di piangere di commozione? Non si può mai sapere, le vie della provvidenza sono infinite …” “Anche quelle delle disgrazie …”
“Silenzio! Posso continuare? Sssssssssssssssss …” si impone l’Angelo che aveva capito come Giuseppe avrebbe avuto bisogno di due grani di pepe per la prima notte e che non si sarebbe mossa nemmeno una foglia chè, non spettava a lui codesto compito.
Prima le aveva le foglie, ora stava dando i numeri: Uno; che con quel bel visetto Maria gliela stava combinando grossa. Due; fianchi da vespa, gambe lunghe e sorriso proprio da Santa. Tre; a dormire ci sarebbe andato con il berretto e le mutande di lana.
“Beppo … Beppe … Giuseppe! …” “Non te ne immischiare, che tutto è già segnato per filo e per segno e in bella scrittura.” “E’ questo che mi preoccupa, mi dovrò tenere le braghe e accontentarmi di guardarla e basta! Che bella figura che mi toccherà fare! Che Dio mi fulmini …”
Un sorrisetto compare sulle labbra di Gabriele nel sussurrare: “Ti strafulmini!” ”Lo farà di certo … ehm … se oserai …”
“Non rompere più le scatole! Io non ci capisco molto di questa storia, ma se potessi appena appena parlare con Dio … eeeee… lo saprei io cosa dirgli …”
“Perché io sono già Santo in terra e guarda cosa mi tocca fare per guadagnarmi onestamente il Paradiso.”
L’Arcangelo si congeda tirando un sospiro di sollievo che non vedeva l’ora di andarsene. Si sistema le vesti, poi lo guarda.
“Ognuno ha la sua Croce!” “Beati gli uomini di buona volontà!” “E La Maria … non si toooccaaa …” gli urla Gabriele mentre spicca il volo …”
Giulia

sabato 12 settembre 2009

HO ANCORA IL PALLORE DELLA LUNA SUL MIO VISO Dedicata ai miei nonni.
PREMESSA: Sono cresciuta con i miei nonni e quando sono mancati non ho avuto il coraggio di tornare nel paesino dove ho vissuto con loro, la casa dell'infanzia rimaneva un luogo per me immortale, fino a quando...
Camminavo. Una mano stretta a pugno in una delle tasche, le unghie piantate nel palmo della mano fino a quasi farmi male, l’altra a cingere il collo rialzato del cappotto.
Era quasi come sentirsi vecchi, presenti dall’inizio del mondo, passeggiare e nessuno per le strade, era il paese in cui vivevo un tempo, un mondo pieno di ricordi che si trascinano nel vento…avevo freddo…tutto come morto.
Erano spariti anche gli spettri, non era rimasta nemmeno polvere d’ossa su cui muovere i miei passi, solo mura vuote, imbrattate dalle nostre presenze.
Non avrei dovuto essere qui.
Tutto come ricordavo.
La casa bianca con le rose, al sole mi aveva sempre fatto un altro effetto, avrebbe potuto quasi riflettersi sulle onde, se ci fosse stato il mare, e invece guardava le verdi fronde dove neri corvi gracchiavano le loro storie, macabri, forse perché i soli…
Spariti anche i passeri con le loro ali bianche e grigie…c’era un cane che correva nel cortile, il suo padrone? Possibile che fosse solo?
No…non sono di qui, ero qui quando questo posto era ancora vivo, il mio nuovo mondo è ancora vivo, per poco forse, ma respira ancora, mentre questo sa di morte, per questo è così famigliare…Non sapevo quanto straziante potesse essere riguardare vecchi luoghi con un nuovo cuore…
Mi allontanai, piano, camminavo faticosamente, quasi il distacco fosse più che fisico, continuando a sentire lo scricchiolio dei sassi sotto le scarpe, come il sussurro languido di un morente…era un rumore quasi costante, ma alterno, la cadenza dei miei passi, il fruscio del mio cappotto…
Non ero mai stata così agghiacciata…nemmeno in quella notte nel passato in cui ero uscita dal mio corpo per non sentire… un terrore antico marchiato nella mia coscienza, ma il tempo aveva ripreso a scorrere e tutto era finito, fermato in quel nuovo immoto fluire…
“E per sempre vuol dire mai più” diceva una canzone.
A me aveva fatto uno strano effetto, come un brivido freddo lungo la schiena, come se già immaginassi quale sarebbe stato il futuro…e non l’avevo voluto…
Perché ero tornata? Non avrei dovuto lasciarmi trascinare dall’impulso, da quel sentimento improvviso ed impetuoso così dannatamente fragile e radicalmente impresso dentro di me. Ma era qui che ero giunta e non volevo fuggire, non volevo volgere le spalle, non volevo tornare al mio presente senza aver prima guardato dritto in volto il mio passato. Eppure ricordavo tutto perfettamente, mi morsi le labbra e alla fine sentii sulla mia lingua il sapore del mio stesso sangue…
Il sangue, forse ero tornata per quello, il sangue di quelli con cui avevo vissuto, avevo riso, coloro che avevo amato, quelli che mi avevano capita, che mi avevano considerata, o forse per l’oblio e la pace, limpida come le acque pure, un foglio bianco su cui ricominciare a scrivere…
Continuai a camminare.
Deserto, i pochi vecchi che pigri uscivano nei cortili, si guardavano intorno, mi gettavano un’occhiata distratta, senza scrutare sotto l’onda morbida dei miei capelli chiari, senza nemmeno intuire la piega del mio triste sorriso dietro il collo rialzato del cappotto…
Cos’ero venuta a cercare?
Davvero ero convinta che avrei ritrovato tutto come un tempo, persino l’ombra di me stessa, quella bambina incosciente, timida, capace di ridere e di perdersi l’istante dopo. Mi guardai attorno, il borgo, il legno s’era fatto scuro, la vernice s’era scrostata e i muri di mattoni s’erano incupiti, la famigliarità di un luogo guardato attraverso nuovi occhi.
Quanto tempo avevo trascorso in quello stesso posto, in compagnia di chi amavo, con cui ridevo fino alle lacrime per qualche minuto per rintanarmi quello dopo nei miei pensieri inutili, scrutando i loro occhi, spiando i loro sorrisi, cercando di capire se erano felici. Parlavano, ridevano, si chinavano in avanti sul tavolo, una nuova vita aveva preso forma tra loro che mi erano stati cari, avevo solo una decina d’anni ed ero parte di loro più di quanto io fossi mai stata.
Feci una smorfia… attraverso gli anni e la distanza avevo solo rimpianti e quando le nebbie s’erano alzate fitte sulle acque immote delle mie paure, il desiderio di loro era stato più forte, una nostalgia acuta e pungente, la malia del ritorno…
Ma ora non ero qui per questo, no…
Attraverso gli occhi della bambina che sarebbe cresciuta come un mattone conforme al resto della struttura, protetta e sostenuta da essa, adesso sapevo perfettamente che non ero venuta per rimpiangere qualcosa, ma per cercare la parte di me che credevo morta e perduta per sempre…
Camminai spedita nella notte fredda e straniera.
Nel buio… baluginio di fioche luci, riverbero di gemme verdi e brividi sulla mia pelle, sentii quella specie di fitta dentro, come se qualcuno strizzasse i miei organi interni, come se l’aria mi fosse aspirata dai polmoni e il mio sorriso tremò…ma non si ruppe…
Giulia

giovedì 10 settembre 2009

FEMMINA SELVATICA
Canto con la mia voce
sporgendomi nel vuoto
vestita e sudata
allungando le unghie
l’Inferno ha fiori
che si rizzano in cobra
e sibilano improvvisi
morsi e soffi d’Angeli...
piove sugli ossari...
danzando intorno al fuoco
saremo bruciati
e le nostre ceneri
saranno spazzate
ai poli opposti dell’aurora
Io sono figlia d’illusione
partorita e gettata
in purgatorio
canto sulla cima
di mura medievali
celebro la morte del reame
con il mio soffio fiorito
come un’orchidea
in mezzo alla tempesta
ma ho falangi marine...
e mi nutro di bacche.
Giulia

martedì 8 settembre 2009

LA NOTTE NON FINISCE MAI
Cortina di luce
in mormorio di polvere
assopisce le mie percezioni
l’ incompiutezza della mia condizione tra i vetri labili
lambisce i confini dei miei sgomenti
Lui lo sa, i miei gesti sono ininterrotti.
Non riesco a seguire lo scorrere dei pensieri liquidi che si agitano sotto la superficie della mia pelle come timidi aghi ed allora lui mi osserva cercando di penetrare le mie movenze e di afferrarne il senso
s F u G g E n T e
quasi come quando lacrimiamo i tramonti lontani con cui siamo soliti giocare a rivestirci spogli
delle nostre identità o forse pieni di esse davvero solo per la prima volta.
Come bambini immacolati.
Come cortine di luce.
Pallida. Sempre pallida. Come un angelo. Una bambola di porcellana. Fragile, eppure la mia fragilità è incorruttibile.
Nel modo di un diamante.
E danzavamo, danzavamo, danzavamo...
...a lume di candela, i nostri corpi ansimanti di noi,
incorrotti di bagliori che ci appartengono,
insieme alle ombre
ondeggianti in sinuoso mostrarsi
sul pavimento.
Gli istanti sono infiniti.
Come le nostre prospettive,
bisogna solo coglierli.
Lui scriveva versi immortali per me, li leggevamo la sera abbracciati,
esanimi
emozioni ambrate
che si spandevano come inchiostro
di brividi caldi, riempiti
dei nostri silenzi
tra una pagina e l’ altra
( erano tutte bianche).
Floreali sorrisi dipingevano
il nostro inebriarci
di poesia
in sussurri armonici
e flebili accenni.
La notte non finiva mai.
Può la purezza essere una perversione?
E ricordo.
Ricordo il nostro perderci tra i giardini ed il rincorrersi delle [nostre] figure eteree in artistico specchiarsi, tra laghi di memorie ed aspettative in divenire.
Il mio ritratto tra le tue mani, gocce d’ acqua che si scioglievano in pose improbabili.
Ho creduto solo nel sublime.
LUI: “ In lei. Le vetrate gotiche
mi hanno sempre osservato
con sguardi identici ai suoi ”.
LEI: “ Ad arte ci ricamavo sopra,
i suoi
sorrisi
sempre
più l a r g h i “.
La prima volta che ho visto il mare ho pianto.
Danzavano impalpabili
le onde,
fluenti vesti
che
c
a
d
e
v
a
n
o
con me.
Le sue dita si muovevano lente,
si posava l’onda
sulle labbra
sentendone il sapore,
divenendone il sapore
( la sua pelle sapeva di mare).
I suoi sussurri si confondono ora agli ansimi del cielo
infrangendo le mie sponde, mi perdo nei loro riflessi per ore, in ipnotica simbiosi, quasi fossi un dipinto surrealista,
la sera schiude i miei sigilli
e le realtà vespertine
accompagnano i miei ritorni,
la notte ancora non finisce mai…
Giulia 10 dicembre 2003

lunedì 7 settembre 2009

E' UNA BAMBINA
E’ una bambina, la sua pelle bianca e trasparente come un pezzo di ghiaccio che puoi trovare sulle cime nevose, occhi scuri e profondi come i pozzi dove si raccoglie l’acqua piovana, portamento e grazia insolito in una creatura così piccola, un pezzetto di luna che cammina sulla terra senza scarpette, adora veder muovere i suoi piedini…
Dovrei esserle grata, il grano non è mai stato così abbondante, i frutti più dolci, il mio volto non ha risentito degli anni, lo sguardo è sempre vivace, la mia fronte spianata da qualsiasi segno, le mie labbra più rosse del succo della vita e i miei piedi possono danzare nudi senza melodia, quella vive nel cuore…
Una bambina malinconica e timida che ogni sera corre su per le vecchie scale, un vestitino a fiorellini di lino, semplice, decorato con il pizzo. Sorride alla sua bambola adagiata sulla sedia a dondolo.
Un salto sul letto del nonno, tanti piccoli baci, e l’emozione che ogni volta prende il sopravvento. La sua stanza è piccola, essenziale, libri in disordine, la scrivania in un angolo, piena di carta, inchiostri e qualche candela. Le piace tanto la luce che emette, non è fissa, cresce e diminuisce, cresce e diminuisce e così nell’oscurità dentro il letto, sembra che anche il petto si gonfi per dare ossigeno al cuore…
E’ ancora lì in un angolo, adagiata su una poltroncina a dondolo di legno chiaro, i capelli sciolti sulle spalle che le incorniciano il volto pallido, forse è stanca povera piccola, gli occhi chiusi, che aperti ricordano un cerbiatto.
Non è cambiato poi tanto, in silenzio come sempre, la sera ascolta ogni rumore perdersi in un sussurro o nel lamento del vento e il cigolio della sedia che ondeggia è la melodia più dolce rimasta dentro.
Peccato che gli occhi siano ancora chiusi, non più lucidi o in fuga come ogni volta che la guardo, (forse l’ho lasciata troppo sola), adoro ancora leggere e scrivere poesie con lei o racconti, a volte si alza e recita, poi ride divertita, il suo sorriso è rimasto delicato e perfetto…
Le sue mani sono ancora sporche dal colore di vecchi acquarelli, ogni sera mi fa trovare un foglio con le sfumature del giorno, guardo le mie, sembrano fogli bianchi che nessun artista potrebbe più plasmare. Non l’arte con i suoi colori, né il lavoro per vivere con tagli, non la malattia con piaghe o il tempo con le rughe. “ Oh, sì, vivo. Ecco.” Questa parola così pungente come il sale degli oceani, questa parola che ho sentito dall’inizio e non sapevo da bambina cosa fosse…
Non si crea problemi per la scelta dei suoi giocattoli, foglie, fiori, insetti, bastoncini e, la fantasia basta da sola, (del resto una bambina di pochi anni non si rende conto di quello che le manca). Mi porta sotto i fiori del ciliegio, fragoline selvatiche e lei che con fili d’erba s’inventa collane di corallo.
Uno sbuffo di succo rosso sul viso e sul collo, ancora non ha imparato, si sporca sempre, non andranno via quelle macchie dal vestito, il nonno dice che bisogna aspettare che passi la stagione per pulirle bene.
Il sole rende più grandi i suoi occhi, corre via saltellando sulle gambe, ride, ride di gusto…
Trenta minuti almeno che non la vedo. Già mi manca nel cervello e nel cuore.
Giulia 03 marzo 2004
Testo che ho scritto tempo fa e che dedico a UnaStella.

venerdì 4 settembre 2009


LA PRIMA VOLTA CHE HO VISTO IL MARE

C'era una luce randagia
come noi
i lampioni solitari insonni
gioielli poveri della strada
Una musica che a cercarla
non l'avremmo trovata
e foglie, ovunque
larghe
e verdi, color meraviglia

Baciavamo l'acqua come fossimo terra secca
e l'acqua eri tu
ero io

Gemelli di spina dorsale
pieni di memoria antica
e di ricordi ancora da vivere

Amore, la prima volta che ho visto il mare
aveva i tuoi colori
ma ancora non lo sapevo

Ieri l'ho colto tutto
come un mazzo di fiori
e l'ho dipinto sulla tua schiena

Tu ti sei fatta conchiglia di onice
ed io ti ho dormito dentro
come un'onda placata

Coi piedi nudi della luna
ho attraversato i tuoi cortili
ed ho sentito il mondo esistere
dentro la pelle di mille porte

Poi ho mangiato le tue ciliegie
lasciando l'albero ancora adorno

Con lo stupore di un bimbo felice
ho atteso il mattino
così che il sonno mi aprisse le labbra

Quando si compie quel gioco dei secoli
che vede il sole bucare la notte
spandere il seme nell'utero terra
e vestirla di luce come una sposa

Amore, la prima volta che ho visto il mare
aveva i tuoi colori
ma ancora non lo sapevo

Aveva la voce che nulla dice
eppure cantava
come il palmo del vento sul pelo dell'acqua
quando l'assaggia e si imbianca di sale

Aveva boccioli di rosa gialli
corsi dietro alle api di notte
per profumarsi col miele dei sensi

Lo sterno
le spalle
il giardino fiorito.

Omaggio a: Massimo Botturi 12 settembre 2003 - Tratta dal suo libro interamente a suo nome "Frutto Acerbo" pubblicato da Otma edizioni, Milano.
PAROLE DI LUNA...una fata senza tempo...
A volte il dolore è cosi grande che la vita resta sospesa.
Nessuno di noi è in grado di farvi sempre fronte!
Purtroppo nemmeno gli Elfi!
Sono molto stanca oggi, ho vagato tutta la notte, per spargere nel bosco la polvere del sogno.
È un peccato essere in cosi pochi.
La mente torna al passato, alle feste degli elfi intorno al fuoco, tanto, tanto tempo fa, nella notte dei tempi, quando isolati, dispersi nei boschi della terra avevamo addosso il peso della solitudine.
Ma sono contenta di quello che faccio, sono contenta quando riesco a regalare un sogno.
Poi...
all’alba sono fuggita, sono tornata nel bosco a guardare la vita da sopra al mio albero.
Qui è più sicuro per me, è il mio mondo, la fantasia non ha bisogno d’esistere, perché ogni sogno è realtà.
L’aria è cosi limpida, cosi calda in questi giorni, al punto che anche i pensieri arrivano pigri.
Ma non ho molto da fare qui, tutta sola.
La mia condanna è il tempo e il tempo deve passare, piano.
Aspetto come una lunga agonia che nel cielo si accendano le stelle, aspetto la luna, che possa far luce sulla strada che mi porta da te.
Solo per restare ad osservarti.
Potrei desiderare di averti accanto sempre, basterebbe pensarlo affinché, nel mio magico bosco, possa diventare realtà…
Io continuo ad aspettare, aspetto che sia tu a voler venire, aspetto le notti in cui i grilli resteranno a vegliare su di noi,
le notti in cui sogno e realtà si confonderanno al punto da non poter distinguere l’uno dall’altro.
Aspetto e conto le stelle che piano s’accendono.
Osservo gli uomini che corrono contro il tempo, che lo temono, e ringrazio d’essere una donna senza tempo,
perché cosi, potrò restare ad aspettarti più a lungo...
tu... dormi e sogna, io resterò qui, a sentire ancora una volta il tuo profumo,
a respirare il tuo respiro, a provare a credere che tutto quanto sia vero.
Giulia

mercoledì 2 settembre 2009


IL RESPIRO DELLA STREGA
Non credere che tutto muoia quando il silenzio cala nell’anima della notte.
Quel silenzio così dolce, che percepisci fra un respiro e l’altro è un attimo di pausa prima che il cuore partorisca nuove emozioni, è un’ anima che sta per dire qualcosa e che aspetta il suo momento.
In quegli attimi, c’è la creazione dell’istante eterno, il rito.
La notte... I toni scuri delle valli e gli alberi spogli che prendono vita in danze irreali, la luna alta nel cielo scuro, nera, profonda, priva di colore e di calore, il silenzio della celebrazione, polvere e silenzio, eco spento nel lato all’ombra sinistra della Bestia, è uno spettacolo di rara bellezza in questo luogo dipinto dai fuochi notturni, nella sensualità delle danze, la vita pulsa nel mio corpo che segue il ritmo entusiasmante di queste incredibili nenie.
Le campane suonano la ventitreesima ora, la morte trova posto nel mio dominio, dove giacciono cadaveri di animali di cui mi nutro, ne succhio il sangue e la linfa vitale fin quasi al midollo; topi e pipistrelli.
Il culto della strega nera non cessa, io resisto nel silenzio delle notti fredde ed umide, mi raduno con le mie sorelle portando alla perdizione tutta la terra intorno, un’unione al male sotto lo stesso albero grandioso e verdeggiante che compare nelle notti di Sabba, nello stesso punto ed in altri ancora, quando un luogo è maledetto, tale resta per sempre.
Entro nelle case come il vento, il gelo soffia e sfiora il viso, si sente solo il rumore dei miei zoccoli e la risata che si spegne lentamente dietro alla mia ombra.
Margia fu arsa quella notte. Io ero lì. Assistevo in silenzio mentre davano fuoco alla pira. Non potevo fare niente. Ero immobile, fuori e dentro, come pietrificata.
Le sue urla, mentre il fuoco iniziava la sua opera, ancora rimbombano dentro di me e straziano la mia anima nera. La malizia dei suoi occhi contrastava con il pallore del suo volto interrotto dall’ingenuo rossore delle sue gote.
Ricordo con meticolosa attenzione quei stremanti momenti in cui la sua fragilità scomparve nell’oblio della maledizione.
L’ultimo sguardo e quel suo sofferto sorriso li ricorderò per sempre. Furono come l’ultimo bacio. Io però custodivo il segreto.
Il vento soffiava come il fiato del Diavolo, il tuono rombava e i lampi squarciavano il cielo, agli occhi dei mortali si trattava solo di un temporale.
Ma le streghe erano sveglie.
Loro prendono senza chiedere, in un attimo o in un millennio rendono atroce ogni tormento.
Tutto intorno dormiva i propri sogni, tutto viveva in armonia con i contrari, dove l’orribile ed il terribile erano due mastini alle porte di un luogo apparentemente disabitato, la luna si stagliava fredda per le anguste viuzze e densa nell’animo.
Tocca a me fare la guardia stanotte, il rifugio che ho trovato non è sicuro; una tomba molto semplice con una piccola marmorea croce bianca nel mezzo del cimitero sconsacrato sulla collina.
I gatti si radunano fiutando il mio odore.
Mi è rimasta una folle brama di vendetta, nelle mie mani aperte il peso di un antico testo trafugato dalla cripta di una gotica cattedrale, il segreto di vecchie formule sataniche, ma anche il mio destino di aver scelto la Belva come sposo ed il rogo come gesto d’amore.
Odio e maledico: ho visto.
Ho visto nel sotterraneo le altre streghe, il canonico dell’Inquisizione le crocifiggeva. Le inchiodava vive come Cristo in croce.
Le osservava dibattersi negli spasmodici rantoli.
Godeva del loro dolore e sorrideva.
Ho guardato senza parlare nella cella senza aperture, illuminata a malapena da una torcia fissata al muro di pietra. La luce fioca illuminava punteruoli, pinze, seghe e lunghi chiodi.
Poi c’erano loro, le sorelle nella medesima lucida follia.
Nude.
Trafitte.
Inchiodate supine su una tavola di legno.
I minuti erano lunghi come gocce distillate di sudore e sofferenza.
Mi sono graffiata la faccia ed il sangue mi incendiava gli occhi, ho morso il vuoto. I miei morsi sono inconfondibili, lascio segni bluastri vicino alle vene.
Denti contro denti, ho morso fino a farli stridere, ho grattato la superficie nera con le unghie, ho grattato il legno duro.
Dolore e piacere mischiati diventano sovrani.
Il mio urlo di strega, crudele e addolorato maledice ogni genia.
Un urlo.
Un suono terrificante, da gemere, contorcersi, sbavare per terra con orecchie ed occhi.
La Chiesa si è impadronita del potere a poco a poco, con astuzia, ci hanno sterminate, ci hanno uccise molte volte, finché sono rimasta solo io, forse sono l’ultima, le hanno giustiziate senza pietà, le hanno bruciate vive o decapitate, i biancospini sono pieni di teste sanguinanti, occhi morti in visi pallidi di furore.
Il popolo non sa che i simboli maledetti sono pura materia di terra, non sa che le vergini sono sempre pronte al sacrificio, al mio titolo di strega, non sa che le formule sono parole strane e che vivo in luoghi che parlano da soli, che sono nata in una culla bianca con larghe latitudini piene di sangue rosso.
Il mio segreto ripete antichi riti con le creature che governano le tane, fino alle viscere della terra dove s’innalza l’altare a cinque stelle.
Un sibilo, un latrato e, a nulla serve cospargere la porta e il tavolo con sale grosso. Quando avrò contato ogni granulo, il varco sarà aperto e porterò con me all’Inferno ogni figlio; adoro i bambini, sono teneri, morbidi, innocenti e pronti al mio sacrificio, tolgo loro il fiato lentamente e succhio le loro anime.
Stanotte scenderò nel buio con unghie piegate dal fuoco, per rubare le zanne agli animali morti, indosso abiti cerimoniali e aspetto, il trionfo chiama la mano che si muove da sola e coglie nel cerchio una serpe, ripeto le formule a memoria senza sbagliare, attendo la forza magica, Lui deve ritornare a mietere anime, poiché è scritto nella storia; divorerà tutto con il suo seme, ingoierà tutta la terra.
I laghi chiari saranno sporcati dal suo sterco.
In questa lunga notte che mi sazia e mi possiede…
Voglio.
Scelgo.
Io sono la sposa.
Tutto è già stato scritto.
Tutto sarà compiuto.
Giulia 26 giugno 2006
PER TE FIORISCE IL MARE

Sei silenzioso cielo per ogni luce un preludiar d’uccelli limpidi e gioiosi

hai ciglia d’erba tenera calore nelle mani

foglie di vita sul tralcio della spalla e l’infiorata dei campi a sera

torno a te trasparente come si affida il sogno al dormire

rendimi selvaggia di gridi di voli per te, oltre te, amarti

tra luce ed ombra a goccia a goccia

nel ventre coppa dove la rosa è meraviglia

dove fiorisce il mare dove l’onda giunge senza voce.

Giulia


Quadro dipinto su vetro da Giulia

SONO PERICOLOSE IN CASO D'URTO ?


Il fatto che la vetrata sia un mosaico di tessere di vetro la rende più resistente alla rottura, perché più elastica.
Le tessere sono generalmente piccole, lo stagno che le contorna non ne permette la caduta in caso d'urto.


Laboratorio Vetro in Arte - Stresa

Non sarà troppo da chiesa?


Spesso si teme che inserendo un vetro artistico nel proprio appartamento, l'abitazione prenda i connotati di una cattedrale.
Questo sicuramente perché le vetrate sono state utilizzate moltissimo nelle chiese e lo sono ancora. Addirittura si parla di vetrata cattedrale, mentre sarebbe più corretto dire "vetro cattedrale".
L'utilizzo delle vetrate nelle cattedrali nordiche era necessario, sia per raccogliere più luce possibile, sia per diminuire il peso che le fondamenta dovevano sorreggere.
Ma la collocazione nelle abitazioni private cambia il concetto d'uso, i disegni diventano più leggeri e sobri seguendo linee più armoniche in sintonia con l'arredamento.

LA LAVORAZIONE TIFFANY

"Tiffany" è una particolare tecnica creata da Louis Confort Tiffany, pittore e vetraio fra i principali esponenti dell'Art Noveau di fine ottocento.

Questa tecnica consiste nel tagliare forme di vetro ( anche di piccole dimensioni ) molarle con l'uso di una mola ad acqua e nastrarle con una sottile lamina di rame od ottone cosparsa di colla di pesce per farla aderire al vetro.

Unendo i pezzi come un puzzle si compone il lavoro definitivo che verrà saldato con una lega di stagno, argento e piombo.

La saldatura può essere brunita ( anticata ) con speciali acidi ossidanti che creano un effetto molto simile alle vetrate a piombo medievali.

E' una lavorazione molto "fine" con cui si ottengono risultati accurati e armoniosi, non raggiungibili con il piombo classico.

Giulia


Tutta la pubblicazione successiva fa parte della mia Tesi conclusiva della Scuola d'Arte frequentata. 1996.

STORIA DEL VETRO

In Europa nel primo medioevo le botteghe dei maestri vetrai sorgevano in località situate vicino a grandi foreste dalle quali traevano il combustibile necessario per fondere il materiale, soprattutto le felci, una volta incenerite davano origine alla potassa necessaria per la formazione del vetro.


Per questo la varietà tedesca di vetro in quel tempo (fra il verde ed il giallo-bruno) fu chiamata “vetro di foresta” mentre quella francese prese il nome di “vetro di felce”.


Nell'Asia Minore e in Egitto, intanto il livello dell'arte vetraria restava altissimo, vasi, bottiglie, coppe, piatti erano formati seguendo un sistema molto simile a quello che doveva far diventare poi famosa nel mondo l'arte dei vetri muranesi (quando il vetro era in stato di fusione si dava all'oggetto la forma desiderata usando delle lunghe pinze).


La decorazione veniva eseguita in un secondo momento applicando filamenti di vetro dello stesso colore o contrastante oppure si utilizzava la tecnica dell'intaglio; già nota da secoli sia a Roma che in Asia Minore.


L'arte islamica del vetro favoriva una grandissima utilizzazione del colore a scopo decorativo.

Il sistema usato era questo:
Smalti composti da materiali colorati a punto di fusione bassa, venivano stesi in uno o più strati sull'oggetto da decorare e poi fissati mediante una seconda cottura in forno (come ancora si fa oggi).


Considerevoli, tra i tanti oggetti che ci sono giunti intatti, sono alcune grandi lampade destinate ad illuminare le moschee, decorate con versetti del Corano datati fra il XII e il XIV secolo.


Il fatto che venivano sistemate molto alte sul soffitto, lontane dalle mani di chiunque, ha favorito la loro conservazione attraverso tanti secoli.
Giulia - (continua)


LE VETRATE DIPINTE

In Oriente, fra il X e il XIII secolo, si afferma un ramo particolare della vetreria, prima quello che riguarda le vetrate dipinte ed applicate sulle lunghissime e strette finestre e sui rosoni delle grandi chiese romaniche e poi su quelle gotiche.

Rapidamente la vetrata policroma istoriata con particolari della vita o dei miracoli di personaggi e santi si diffuse in tutta l'Europa attraverso gli ordini religiosi, in modo particolare attraverso i Benedettini che la usarono per tutte le loro chiese ed abbazie chiamando alcune volte illustri pittori per collaborare con i maestri vetrai per la realizzazione di opere stupende.
Fra le vetrate di chiese antiche, vi ricordo quelle della Cattedrale di Poitiers in Francia; risalgono al 1165 D.C. Circa.
Giulia - (continua)


Cattedrale gotica di Exeter Cornovaglia.

CHE COSA E' IL VETRO

In senso teorico è un materiale solido, amorfo (privo di forma), trasparente, ottenuto ad alta temperatura (1200/1500 C° - 1700 vetri speciali) un miscuglio di sabbia silicea e due basi, di cui una deve essere alcalina (viene impiegata soda) e l'altra un alcare terrosa (si impiega un calcare che deponendolo nel forno dà ossido di calcio e libera anidride carbonica) o un ossido di metallo pesante (piombo o zinco) e si lascia poi solidificare lentamente la massa liquida ottenuta.

A questi tre componenti essenziali vengono poi amalgamate altre sostanze con funzioni di fondenti, stabilizzanti, ossidanti, ecc.

Molto importante è anche la decolorazione del vetro che data la presenza inevitabile di alcuni sali ferrosi, si presenterebbe verdastra, (vedi le bottiglie che si usavano un tempo per imbottigliare il vino) si ripara a questo aggiungendo del biossido di manganese (comunemente chiamato sapone dei vetrai) che ossidando elimina l'inconveniente.

Il vetro così definito è detto vetro comune o vetro solido calcico. La sua composizione è molto variabile ma in media rappresentabile come segue:

SI -02=75% = NA 2 0=15% = CAO =10%

Oggi si producono almeno un migliaio di vetri diversi, destinati agli usi più disparati. Ne cito alcuni che più frequentemente si incontrano nelle applicazioni correnti.

IL VETRO CRISTALLO è un vetro di notevole brillantezza e trasparenza, nella sua lavorazione si impiegano ossidi di piombo e di potassio.

IL PIREX è un vetro borosilicato, particolarmente apprezzato per la sua resistenza meccanica e di calore.

IL VETRO DI JENA è di qualità particolarmente controllata, è un vetro contenente ossidi di zinco, bario e manganese ed è molto adatto alla fabbricazione di strumenti scientifici.

IL VETRO OPALINO è ottenuto realizzando una sospensione di piccole particelle nella massa base; poiché le particelle hanno un indice di rifrazione diverso da quello della matrice vetrosa, la luce viene diffusa e si ottiene un aspetto lattescente.

Giulia - (continua)



PRODUZIONE DEL VETRO FUSIONE

I fori per la fusione del vetro sono di due tipi, continui a bacino per grandi produzioni o discontinui a crugiolo per produzioni non rilevanti o a carattere qualitativo, normalmente essi sono riscaldati bruciando dei gas.

La fabbricazione degli oggetti in vetro può essere fatta a caldo (caso più frequente) o a freddo.

La lavorazione a caldo si effettua sulla massa vetrosa uscente dai forni e può essere automatica (riduzione in continuo di lastre, tubi, ecc.) o manuale, quest'ultima è oggi relativa a produzioni a carattere artistico o su scala artigianale.

L'operatore preleva sulla punta di un tubo una porzione di vetro fuso semiraffreddato e soffiando nel tubo aiutandosi con speciali utensili o stampi, provvede a formare uno per uno gli oggetti.

Sempre a caldo il vetro può essere stampato per ottenere oggetti come bicchieri, vasellami e simili. Gli oggetti in vetro lavorati a caldo devono essere cotti di nuovo per eliminare le tensioni interne che si creano nella massa per effetto del raffreddamento. L'artigiano si avvale in seguito delle tecniche di molatura e smerigliatura.

VETRO CEMENTO materiale composito ottenuto annegando nel calcestruzzo delle formelle di vetro; in tal modo si ottengono delle lastre impiegabili per lucernai, divisori, ecc. Può divenire addirittura strutturale nell'edilizia una volta armato.

VETRO ORGANICO termine corrente, ma estremamente improprio con il quale vengono indicate alcune resine (acriliche e viniliche) con le quali è possibile colare lastre o stampare oggetti di vario genere di aspetto molto simile ai prodotti in vetro vero.

Giulia - (continua)



Vetrofusione

LA MEMORIA DEGLI OGGETTI

Degli oggetti d'uso comune pochi sono giunti intatti sino a noi.

Possiamo però avere un'idea delle forme più in uso osservando le miniature, i dipinti, gli affreschi che venivano rappresentati con ricchi dettagli.

Così sappiamo che in epoca merovingia in Francia erano di moda le coppe fornite di piede, certe bottiglie dal collo molto lungo e dal corpo rotondeggiante, bicchieri conici ma con fondo piatto; in Germania nello stesso periodo si fabbricavano bicchieri conici con base molto stretta e decorazioni applicate a forma di piccole gocce.

Numerosi sono i trattati scritti sull'arte datati all'età medioevale, tutti interessanti per lo studio delle tecniche usate e la storia del costume.

Anche per l'età gotica sono pochi gli oggetti che possiamo studiare, numerose sono però le fonti iconografiche alle quali attingere.

In Francia grandi centri di produzione sorgevano in Lorena, in Normandia, in Provenza, presso i Pirenei, mentre l'arte vetraria assumeva una sua altissima dignità e grande amore tanto da assicurare a quanti la praticavano con particolare maestria il titolo nobiliare di "gentil homme verrier".

Giulia - (continua)


ARTE A VENEZIA

Un grande avversario si presentò all’orizzonte dei maestri vetrai francesi agli albori del Rinascimento; l’Italia.

Questa volta però non erano gli artigiani di Roma che si affacciavano alla storia dell’arte ma quelli fino allora quasi sconosciuti di una città giovane, sorta come per incanto sulle sponde dell’Adriatico; Venezia.


A Venezia erano affluiti nel corso del medioevo maestri vetrai e mosaicisti dell’Asia Minore, con l’incarico di fare della città una delle meraviglie del mondo.

Molti avevano lavorato per un certo periodo e poi erano tornati in patria, ma molti altri avevano preso dimora

stabile aprendo botteghe frequentate da allievi volenterosi, intelligenti e amanti del bello.

Non tardarono a diventare più abili dei loro insegnanti in tutte le arti decorative.


Costretti a rifugiarsi nell’isola di Murano a causa degli incendi violenti che spesso divampavano nei quartieri cittadini in cui avevano aperto le loro fornaci e botteghe.

Orientali prima e veneziani dopo, fecero dell’isola uno dei centri più splendidi del mondo, da surclassare perfino le grandi scuole alessandrine e romane.


La Serenissima Repubblica veneta cercò a lungo di impedire che i segreti della lavorazione del vetro uscissero dallo stato, i maestri non potevano assolutamente andare a lavorare fuori dal loro territorio, pena gravissime sanzioni.

Ma, vi era sempre qualcuno che riusciva a eludere la stretta sorveglianza messa in atto alle frontiere.

Quindi i segreti muranesi diventarono di pubblico dominio per centinaia di allievi che accorrevano nelle botteghe che i maestri veneti aprivano in Europa; Inghilterra, Paesi Bassi, Liegi, Francia, Spagna e Portogallo.

Solo la Germania restò estranea a lungo a questo fenomeno per un motivo molto pratico, il vetro tedesco era di natura ben diversa da quello veneto perché veniva ricavato dalla potassa ottenuta con le ceneri del legno che abbondava in quelle regioni ricche di foreste, mentre la soda usata dai maestri muranesi proveniva dalle ceneri di piante marine, con l’aggiunta di piccole quantità di biossido di manganese che eliminava scorie e impurità, questo assicurava la limpidezza e una purezza eccezionale al prodotto.

Verso la fine del XVI secolo, un tedesco, Caspar LEHMANN, portò a splendere l’arte di intagliare il vetro nel suo paese, spingendo i suoi connazionali a cercare una qualità di vetro più pura e più limpida.

Nel XVII secolo fiorirono in Germania scuole ad altissimo livello; foggiavano degli stupendi oggetti in gara con la nostra Murano e il veneto in genere.


Giulia (continua)


IL GOTICO FRANCESE

Chartres, Parigi, Reims, Laon, Amiens, Rouen, Bayeux, Evreux, sono le otto Cattedrali gotiche francesi, dedicate a Notre-Dame, la Vergine Santa e tutte costruite verso il 1130.

Congiungendo i punti delle città dove sono state costruite, si traccia sulla mappa il disegno della costellazione della Vergine ( Segno zodiacale ).

Si dice che nel 1118 nove cavalieri francesi

Partirono per Gerusalemme; non erano crociati, né pellegrini e nemmeno monaci.

Davanti al re di Gerusalemme, Baldovino II fecero voto di povertà, castità e obbedienza.

La loro missione era segreta.

In loco i cavalieri si misero a guardia del luogo su cui era sorto il tempio di Re Salomone.

Furono detti cavalieri del tempio o templari.

Ma da chi furono inviati a Gerusalemme? E perché?

I Templari dovevano scoprire una legge più misteriosa e segreta, non proclamata, ma che deteneva la saggezza e la potenza.

Possedere queste Tavole significava avere conoscenza delle norme, delle misure e dei numeri che regolavano il mondo.

Le Antiche Scritture parlano in più punti di questa Tavola della Legge che Mosè custodì e nascose e che Salomone il re della saggezza ebbe la fortuna di possedere nel proprio tempio.

I Templari tentarono di ritrovarle.

Papi, Re, Imperatori avevano organizzato diverse battute in Terra Santa, in Persia, in India e persino in Cina.

Lo stesso Luigi Re di Francia inviò esploratori in Abissinia.

Ma tutti fallirono.

Anche i Templari?

La loro missione era segreta e segreto è rimasto l’esito.

Nessuno ha le prove che i Templari abbiano trovato le Tavole delle Leggi.

Però un dubbio esiste, perché, dieci anni dopo, nel 1128, ritornarono in Francia, si presentarono al Concilio di Troyes e chiesero di entrare nell’ordine religioso.

Due anni dopo iniziarono le costruzioni delle Cattedrali Gotiche.

Ancora non si spiega perché proprio a Chartres, piccolo villaggio di cinquemila contadini; fu il più ardito luogo di culto.

Inspiegabilmente contadini, pecorai e pastori si trasformarono in muratori, carpentieri e vetrai.

In queste Chiese vi sono migliaia di statue, di scene rappresentative, di dipinti in cui si racconta la storia dell’uomo, di Dio, di Gesù, dalla nascita alle sue glorie.

Ma non c’è una sola vetrata o una statua che raffiguri la crocefissione.

I Templari rifiutavano di ammettere che l’uomo crocifisso da Pilato fosse il loro vero Cristo.

La scienza tenta di dare una spiegazione.

Giulia (continua)


IL MISTERO DELLE CATTEDRALI

Forse quello era solo un posto dedicato alle preghiere.

O forse uomini primitivi e poi quelli pre-cristiani sapevano leggere nel cielo, orientarsi col sole e le stelle, forse con una sensibilità maggiore della nostra.

Guidati da un istinto cosmico “tenta di spiegare la scienza”.

Chartres e le altre cattedrali che ripetono il segno della vergine, sorgono dove i pagani veneravano una statua di legno che rappresentava una madre col bambino, questo era il culto della terra madre chiamata anche “la Vergine che partorirà”.

A Chartres i Druidi ne fecero il centro della loro religione prima ancora che fosse nato il cristianesimo e la venerazione della Vergine Nostra Signora, fu tramandata di secolo in secolo.

La statua era collegata nella cripta più sotterranea del tempio, pellegrini valicavano monti e paludi per pregarla.

L’età e il fumo delle ceneri l’annerì.

In seguito fu nominata “Vergine Nera”.

Quando i primi cristiani giunsero a Chartres, trovarono in quella grotta la prima Vergine col Bambino, conservarono statua e cripta e sopra vi eressero un tempio cristiano.

Scendendo nella grotta pagana abbiamo 37 mt. di profondità e 37 mt. è anche la volta eretta sopra il pozzo druido.

Nei portali della cattedrale vi è una scultura che riproduce il modello della Vergine Nera e lo stesso su una vetrata.

I costruttori di queste cattedrali si tramandavano da generazione in generazione i segreti delle soluzioni tecniche, l’armonia, la scienza dei calcoli impossibili, per imbrigliare spinte e controspinte, ogive, archi e volte.

Gli architetti che costruirono quelle opere, parevano possedere un segreto e una scienza che non erano dell’occidente.

Per realizzare una volta gotica dovettero inventare una geometria che permettesse, su un semplice disegno, le interpretazioni dei volumi e dei vuoti, l’accordo di spinte e di resistenze.

I muratori, i vetrai, gli scalpellini che eseguirono le opere erano maestri e venivano raggruppati in confraternite perché da loro non trapelasse nessun segreto.

In ogni cattedrale vi era un numero magico.

Scienziati moderni hanno cercato di scoprirlo con calcoli trigonometrici.

Si è trovato che Chartres (37 mt. lunghezza del coro e 14 di larghezza, la volta è alta 37 mt. la navata è lunga 74 mt.) ha tutti numeri che sono multipli di 0,37 e questo numero è esattamente la centomillesima parte del grado del parallelo che passa per la città di Chartres.

REIMS

E’ situata 49 gradi di latitudine nord con un grado di parallelo di 71 Km, l’unità di misura è di 1.42, la lunghezza della Cattedrale di Reims è di 142 mt, cioè il doppio di 71, il suo multiplo.

AMIENS

E’ A 49,51 di latitudine, parallelo di 70 Km, ebbene l’altezza della volta è di 70 volte 0,70 mt e la lunghezza dei transetti di 70 mt.

I costruttori di quelle cattedrali conoscevano a tal punto il globo terrestre da poter scegliere la misura più idonea dei loro monumenti in modo da rispettare un’armonia tra leggi matematiche, geografiche e astronomiche?

Da dove proveniva quella loro scienza?

La Vergine Nera delle vetrate di Chartres la chiamavano Sant’Anna che tiene in braccio la Vergine Bambina, Anna ha il volto nero e tre gigli bianchi a 5 punte.

Il nero e il bianco simboleggiano il passaggio dalla putrefazione della materia alla rinascita, mentre il numero 5 dei petali è il simbolo della donna; ma Anna come madre della madre è anche il simbolo della madre terra.

Il rosone formato da 8 fiori con 8 petali, l’otto (disposto orizzontalmente) Infinito-Eternità.

La rotazione delle rose simboleggia il passaggio dello stato di imperfezione materiale a quello di completezza spirituale.

I colori dei vetri nascondono un linguaggio.

Il nero è il disordine.

Il bianco la purezza.

Il rosso la perfezione.

La loro disposizione simboleggia il passaggio dell’uomo dalla materia alla perfezione.

I rosoni delle Cattedrali gotiche rappresentano il “viaggio” dell’uomo verso la trasformazione, la ricerca di una nuova identità.

Colori, figure, disegni, hanno un loro segreto intimo che i vetrai avevano appreso dagli alchimisti orientali, che a loro volta avevano imparato da popoli e culture millenarie.

Ancora qualche colore di rito.

IL NERO le tenebre, l’assenza della luce, la morte dell’uomo, il colore del caos dove tutto è confuso.

IL BIANCO come l’alba segue la notte, la luce dopo le tenebre, il colore della purezza e dell’innocenza.

IL GIALLO colore della trasformazione.

IL ROSSO colore del fuoco che brucia la materia.

Basta fissarli intensamente, quando la luce del sole li accende, perché una strana magia li metta in movimento.

E’ facile suggestione essere trasportati.

Sul pavimento delle cattedrali gotiche è rappresentato un labirinto.

Per i pellegrini che lo percorrevano sostituiva il pellegrinaggio in Terra Santa, ma significa anche il cammino dell’uomo verso la salvezza, non è un vero labirinto, ma un percorso obbligatorio segnato da cubetti di marmo blu e bianco.

Questi percorsi venivano nel passato guidati dallo stesso Vescovo a piedi nudi nel periodo di maggiori tensioni di correnti magnetiche (famosi girotondi di Pasqua).

Questo non per penitenza, ma perché il contatto con la Terra percorsa dalle correnti benefiche fosse più diretto.

Queste specie di danze finivano sempre al centro del labirinto, lì dove l’uomo cadeva stremato, ma anche trasformato.

E tante volte gli ammalati si rialzavano guariti nel corpo e sempre nello spirito.

Giulia (continua).


Madonna Nera di Chartres
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