UN FASCINO OSCURO INTIMO E PROFONDO
Si diceva che l'autunno era una stagione fredda e triste, ma la sua magia vitale faceva arrossire i colori della terra.
Cromature calde di foglie e riccioli di castani.
Il rosso e l'oro con le loro pennellate mosse dal vento si erano impossessati di ogni rito policromico.
Ero una fanciulla che queste cose le aveva sempre sentite, fin da quando aveva pochi anni.
Provavo piacere ed euforia nel tuffarmi sui cumuli di foglie morte.
Amavo osservare i gatti che correvano nella nebbia come ombre silenziose.
Avevo la fortuna di essere immersa in una natura dolce e bellissima.
La gente del luogo conservava ancora sepolto in qualche angolo di memoria credenze di forze nascoste.
Io avevo una cantilena in testa e il segreto di una voce.
Undici venerabili Padri sedevano in cerchio nella sala gotica della basilica.
Le poltrone in legno scolpito erano rivestite di velluto viola.
Tutte contro il muro.
Il pavimento di granito verde su cui ero accasciata era illuminato da cento candele accese, la luce si diffondeva verso il basso, lasciando che la penombra ingoiasse la parte superiore; le ombre salivano verso l'alto.
Ero incapace di rialzarmi; i segni delle torture erano ancora aperti.
Le mie dita accarezzavano flauti di tristezza.
Bocche di ferite sopite con un gesto – gementi!
Solenne ossessione... nera magia.
Note verticali come accordi nelle gole
di canne d'organo da gotiche altezze gravanti.
La luna si sporgeva dal rosone centrale della facciata in pietra, aveva un sorriso che nascondeva il lato oscuro; il vetro colorato era spesso, composto con una miscela alchemica che per credenza aveva il potere di tenere il male al di fuori della cattedrale.
In piedi, al centro della stanza, il Papa Rosso grande inquisitore e ferreo uomo di fede, leggeva a voce alta il verbale dell'interrogazione.
I miei capelli lunghi, lisci e neri come la notte sfioravano le vesti lacerate.
Avevo diciott'anni e i miei occhi erano grandi e chiari come le acque cristalline.
Lo sguardo fisso non s'abbassava mai.
Puntavo or uno or l'altro con orgoglio.
Il cielo fuori squartava vomiti di nubi, schiacciando spiriti sotto un pesante torchio, il mare dalla rupe allargava il suo dominio su ogni creazione, divenendo scuro inchiostro.
La luce tornava nell'oblio mentre intorno ansimava il respiro.
L'inquisitore tese il dito a indicarmi.
Non aveva dubbi.
Io ero una strega!
Non confessai.
Con la tortura tutti confessano, prima o poi.
Io, no!
Non avevano la mia confessione, ma tutti mi volevano morta.
La notte era Sacrilega.
Regnava un desiderio di celebrazione; il richiamo del peccato.
Era un delirio di onnipotenza quello che l'inquisizione chiamava conoscenza.
Per non aver strappata la lingua alla radice
o essere smembrata sulla ruota.
Attendevo pallida e svuotata.
Con il cuore che bruciava.
Lasciando scorrere note sul pentagramma del fato.
Taceva sconfitto il senso.
Tu! Nominato giudice di Dio.
Nascondevi un segreto!
Il tuo voto di castità era secondario alla necessità di cacciare il maligno dal mio corpo.
Mi apristi le gambe e quando tutto fu finito, il seme di satana era freddo come il ghiaccio.
Era il tuo seme!
Non parlavo.
Non piangevo.
Mi avete trascinata in catene.
Il popolo ballava e rideva intorno alla pira accesa.
Per i peccati dei miei inquisitori
per cui bellezza suscitò timore
per le mie dita spezzate nella morsa
per tutte quelle streghe giustiziate
nell'impetuoso cerchio mio animale
respirerò liberamente tra le fiamme.
Quando il fuoco si alzò e mi avvolse, giurai di tornare.
Solo per te!
La clessidra del tempo si consumerà, non la potrai fermare.
La mia.
Non sarà vendetta.
Solo giustizia!
Giulia